UN LIBRO PER GIANNI BRERA

GIOVANNI BRERA RICORDATO CON UN LIBRO E UN VINO AL CIRCOLO DELLA STAMPA DI MILANO

Mercoledì 17 ottobre scorso l’azienda Bellavista di Erbusco (BS) ha presentato a Milano, al Circolo della Stampa, la biografia di Gianni Brera dal titolo: “Gioannfucarlo.
La vita e gli scritti inediti di Gianni Brera”

All’incontro, aperto al pubblico, sono intervenuti gli autori del libro, Paolo Brera e Claudio Rinaldi, e Bruno Pizzul che ha curato una originale e sentita prefazione.

Bellavista è legata al ricordo di Gianni Brera per due motivi: un Merlot in purezza, denominato “Zuanne”, Giovanni nel dialetto locale della Franciacorta dove il vino viene prodotto, e un Premio giornalistico-letterario che lo stesso Brera fondò nel 1983.

“L’amicizia con Brera – dichiara Vittorio Moretti, presidente di Bellavista, – risale agli anni ottanta. Fu proprio di Gianni l’idea di istituire un Premio giornalistico intitolato alla Franciacorta con l’obiettivo di promuovere la conoscenza della vocazionalità vitivinicola di questo territorio che incominciava allora a riscuotere i primi significativi consensi di mercato e critica. Brera assunse la presidenza del Premio che si chiamò “Franciacorta Bellavista” e lo condusse verso orizzonti internazionali e noi, fedeli all’intento iniziale, abbiamo proseguito questa iniziativa giungendo con soddisfazione quest’anno alla IX edizione biennale.”

Nel 1990, lo stesso Brera individua uno storico vigneto al Convento della Ss.ma Annunciata, sulle pendici del Monte Orfano, dove Bellavista presentava la sua prima Riserva (Annata ‘84) di Franciacorta (bollicine Docg). Quattrocentottanta barbatelle piantate nel maggio del 1964 da Padre Sebastiano e indicate da Brera a Vittorio Moretti per fare un vino rosso “morbido, rotondo e di eccellente profumo fruttato” come piaceva a lui.

Così fu: da allora Bellavista si occupa di questa vigna da cui produce il merlot “Zuanne” solo ed esclusivamente per mantenere vivo il ricordo di questa amicizia. Il ricavato della vendita di Zuanne viene sempre devoluto in favore delle iniziative legate al patrimonio culturale di Gianni Brera. Quest’anno, l’Associazione degli Amici di Brera ha indicato due iniziative culturali: la presentazione della biografia e la pubblicazione del libro “I percome e i perché” che raccoglie i racconti del Premio Gianni Brera e alcuni scritti inediti.

Nel corso della presentazione della biografia, il presidente del Brescia Calcio, Gino Corioni, ha ritirato a nome di Roberto Baggio una speciale targa che Bellavista ha voluto dedicare al calciatore per rievocare una felice definizione scritta da Giovanni Brera il 6 dicembre 1991 nella rubrica da lui curata su Repubblica. In queste pagine, il giornalista si cimentava nella formazione di una squadra composta da un insolito abbinamento vino-calciatore definendo Roberto Baggio, “divino in terra”, e abbinandolo alle bollicine di Bellavista.

Il libro può essere richiesto alla: Ed. Selecta – Tel. 0382–539672 – Lire 70.000

(Introduzione al libro Giôannfucarlo)
Dimentichiamo in fretta. Gli uomini, soprattutto. Meno male, verrebbe voglia di dire, visto che i pochi di cui si conserva memoria vengono incapsulati dentro ermetiche antologie o frettolosi reliquiari omnicomprensivi, con un processo di liofilizzazione che ne offende lo spessore umano, ne oscura la fatica e il sapore del rispettivo vivere quotidiano. Peggio ancora se poi, con tardivo slancio creativo, si vuol rendere omaggio a qualche grande del passato rivisitandone l’esistenza attraverso gli schemi del romanzo storico, con ricostruzioni arbitrarie e fantasiose.
Bruno Pizzul
Suppongo che gli autori di questo lavoro su Gianni Brera abbiano, magari inconsciamente, voluto scongiurare simili rischi, regalando, soprattutto a quanti non lo hanno frequentato di persona, le coordinate per comprenderne lo spiritaccio indomito e la singolare vocazione alla parola scritta. Non di biografia classica si tratta, né di sistematica e ordinata raccolta antologica, ma piuttosto di testimonianza che nasce dalla toccante pietas filiale di Paolo e dalla fede breriana di Claudio Rinaldi, protagonista di mistico giovanile pellegrinaggio per incontrare nelle Cinque Terre il grande Giôann. Freschi d’affetto e di ricordo ci raccontano quasi in presa diretta1’uomo, il padre, il giornalista, il primattore. Dio mi scampi, comunque, dalla tentazione di fare esercizio di critica letteraria sulla fatica di Brera fu Giovanni e Rinaldi. Ci mancherebbe altro.
Abituato, per ancestrale pigrizia soggettiva, a fidarmi del gusto personale, posso solo dire di aver tracannato con avido piacere lo scritto: inorridiscano pure i critici di professione che considerano peccaminosa ogni valutazione di natura soltanto edonistica. A me il lavoro a due mani è piaciuto e tanto mi basta. Leggere per credere.
(Il seguito lo si può leggere nel sito: www.brera.net
Chi era il Gioânn
”Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (…). Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po”.
Così Gianni Brera presentava sé stesso in uno dei suoi scritti più riusciti:”Se Po c’è ancora”, nel quale si faceva cronista della propria infanzia e della millenaria storia padana. Gioânnbrerafucarlo, come amava talvolta firmarsi, é stato il più famoso giornalista sportivo italiano. Ha lavorato per testate quali ”Il Guerin Sportivo”, ”Il Giorno”, ”Il Giornale”, ”la Repubblica”.
Amato o odiato, ha scritto anche libri di atletica leggera, calcio, ciclismo, gastronomia, divertendo e commuovendo lettori di ogni età. Quello del calcio resta l’orto che più a lungo ha coltivato ma parlava saggiamente di tutto, senza paura di ricorrere a umori e pregiudizi. ”Veniva voglia di dargli ragione anche quando aveva torto” – ha scritto qualcuno – perché leggerlo ”era come discutere con un amico”. Brera, col suo miscuglio di passionalità controllata e d’ironia, forzava alla simpatia e al rispetto.
Scrittore truccato da cronista, utilizzò la giovanile frequentazione della letteratura quale tecnica per affrettare i tempi del giornalismo. Inventò così un linguaggio nuovo, colorato ed espressivo. Possedeva il gusto del ritratto proprio al narratore e la fantasia ludica del poeta ( chi è nato sul Po è ”autorizzato a spendere fantasie”). Per raccontare le vicende ”pedatorie” chiamava a soccorso la mitologia (famosa la sua musa Eupalla) e la memoria ”biostorica” nel sangue delle squadre e degli allenatori. Chi non amava Brera lo accusava di scrivere sempre la stessa cosa. Ma ”proprio quello era il trucco, il lettore si ritrovava come nell’Opera dei Pupi, la Commedia dell’Arte, l’epica classica” (G. Riotta).
Fu un infaticabile inventore di neologismi e molte voci del volume ”Parole degli anni Novanta” ( del professor Antonio Stella, Univ. di Pavia) sono frutto del genio dei suoi polpastrelli. Sigarette, sigari e pipa gli fornivano ”il pretesto d’un’indispensabile ginnastica polmonare” ed attribuiva alla nicotina ” sicure virtù curative”.
Esperto di gastronomia, bere era per lui il miglior modo per esorcizzare l’atavica paura di aver sete. L’Acqua Fiuggi però non era il suo forte e al sofisticato vino francese ( ”è come baciare una donna troppo truccata”), preferiva il nettare delle sue amate colline e pavesi (Barbacarlo über alles).
Brera è morto, in un incidente stradale, il 19 dicembre 1992 a Codogno, nella sua Padania: aveva 73 anni. Riposa ora in riva all’amata Olona. Che gli sia lieve la terra.
Tratto da: www.brera.net

LA “VIGNA” ZUANNE
Convento dell’Annunciata – Monte Orfano

Terreno terrazzato con esposizione a sud: si tratta di alfisuoli sottili e profondi trenta centimetri, di tessitura franco-argillosa completamente ricomposti dalla gradonatura, con conseguente ricarbonatazione. I suoli sono di colore bruno-rossiccio.

Il VINO

Da sempre, la particolare vinificazione è volta a rappresentare al meglio il vitigno Merlot non attraverso la valorizzazione organolettica intrinseca del vitigno, ma attraverso la ricerca dei piaceri e le convinzioni del palato dell’amico Gianni, che amava vini di classe superiore, di eccellente profumo fruttato, ma di grande morbidezza e rotondità. Abbiamo quindi proceduto riducendo drasticamente la produzione in pianta, raccogliendo le uve solamente a piena maturazione, fermentando tradizionalmente in rosso e protraendo l’evoluzione in piccole botti per oltre 16 mesi. Dopo l’imbottigliamento, il vino Zuanne rimane in cantina per circa 12 mesi.

LE VENDEMMIE DELLA “VIGNA” ZUANNE
Dal 1991 al 1996 per salvare un ricordo

La prima storica vendemmia della “vigna” Zuanne risale al 1991, esattamente un anno dopo l’incontro con Gianni Brera: una vendemmia piacevole nella sua gentilezza, senza pretese.

Le annate 1992 e1993 non sono state prodotte perché non ritenute all’altezza delle nostre aspirazioni. Troppo abbondante la vendemmia del ’92 ed eccessivamente debole il mosto della vendemmia ’93.

Proprio per questo motivo abbiamo nel frattempo dedicato grande attenzione alla “terra”, prefiggendoci di crescere qualitativamente nel rispetto del luogo e della tradizione. Proponiamo le tre annate ’94 – ’95 – ’96 agli amici di Gianni, perché insieme rappresentano l’evoluzione della “vigna” Zuanne dopo gli interventi che la natura e il “genius loci” ci hanno suggerito.

Nonostante la significativa riduzione della produzione, la fragilità della vendemmia ’94 ci ha ulteriormente dimostrato che la particolarità e l’essenzialità del microclima meritavano una valutazione più profonda del vigneto di cui volevamo salvare il ricordo attraverso il mantenimento del patrimonio genetico della vecchia vigna. Nell’inverno 1995 (buona annata), consapevoli che la vendemmia ’96 ne avrebbe comunque risentito, abbiamo trasformato il sistema di allevamento da pergola a guyot riequilibrando e riducendo drasticamente la vegetazione. Con questo passo abbiamo inteso ritrovare un equilibrio che ci permettesse di prolungare la vita della vigna e al contempo di riconcentrare nell’acino le qualità eccezionali di un’amicizia e di una volontà ispirata ad un “comune sentire”. L’esperienza è stata assolutamente positiva; tutte le vigne hanno risposto producendo nuovi germogli e offrendoci nuove speranze. Ci aspetta oggi, dopo il “rinnovo”, un ulteriore periodo di ricerca e di crescita, al fine di riproporre con l’entusiasmo che ci appartiene un unico grande piacere, quello di poter “dare soddisfazione”. Oggi, poter disporre di queste tre ultime annate in degustazione significa avere l’opportunità di verificare direttamente l’evolversi di un delicatissimo ecosistema al cui centro non c’è solo l’esperienza di Bellavista, ma la promessa fatta ad un amico speciale che di vino se ne intendeva.

Vigna Zuanne Convento dell’Annunciata – Monte Orfano
Vendemmia 1994: uva raccolta il 28 settembre 1994

La vendemmia è stata preceduta da forte siccità nella seconda metà di luglio e per tutto il mese di agosto; tale situazione si capovolge nel mese di settembre, con piogge che portano 235 ml. di acqua. l’esposizione a sud e la straordinaria potenzialità del suolo contribuiscono comunque a valorizzare l’espressione di un piccolissimo microclima così influenzabile dall’andamento stagionale. Buona la maturazione!

Il Vino
Colore: rosso rubino con riflessi granati
Profumo: classico nel sottobosco; di lampone e viola. Ampio di marasca e frutta cotta con leggeri aromi minerali e piacevole ricordo di vaniglia.
Al gusto: dà piena soddisfazione di velluto che corrisponde al naso. Buoni i tannini, molto fini in finale che senza astringenza sottolineano la potenzialità di longevità di questo vino. Sottile in acidità che dà valore al frutto. È un vino nato unicamente per dare soddisfazione.
Numero di bottiglie prodotte: 468

Vigna “Zuanne” Convento dell’Annunciata – Monte Orfano
Vendemmia 1995: uva raccolta il 10 ottobre 1995

Un’annata caratterizzata da abbondanti piogge nei mesi di agosto e settembre con conseguente naturale rallentamento della maturazione. Fortunatamente, un ottobre eccezionale per temperatura, luminosità e ventilazione, unito alla pazienza e al coraggio di attendere ancora 20 giorni hanno permesso a Bellavista di raccogliere uve perfettamente mature e complessivamente di qualità eccellente.

Il Vino
Colore: rosso rubino intenso
Profumo: ampio ed armonico nella complessità con sensazioni calde di prugna cotta, marasca accompagnate da sensazioni fini di timo e spezie verdi.
Al gusto: eccellente l’equilibrio di impatto, buono nella struttura e nella persistenza gusto-olfattiva, sostenuta da una leggera vaniglia che ne valorizza il carattere.
Numero di bottiglie prodotte: 762

Vigna “Zuanne” Convento dell’Annunciata – Monte Orfano
Vendemmia 1996 – Piccola Annata – Data di raccolta: 14 ottobre 1995

Un’annata caratterizzata da basse temperature notturne, leggera umidità ed un continuo mutare delle condizioni meteorologiche nel periodo fine settembre – primi giorni di ottobre. Sufficiente la luminosità per una perfetta maturazione. Si è proceduto ad una selezione attenta delle uve per sostenere il progetto del “rinnovo”. La vendemmia ’96, che definiamo “piccola annata” ci permette di verificare l’evoluzione del vino Zuanne in concomitanza con la nuova e definitiva impostazione della “vigna” ed il relativo obiettivo di raggiungere un nuovo promettente equilibrio pedologico.

Il Vino
Colore: rosso rubino, con leggere tonalità granato.
Profumo: etereo, avvolgente con sentori di frutta sotto spirito (marasche) e leggere sfumature di vegetale cotto, speziato (foglie secche di alloro e timo) e tabacco.
Al gusto: rotondo, morbido il tannino, buoni l’equilibrio e la persistenza. Sottile e piacevolmente elegante.
Numero di bottiglie prodotte 1.200 – Magnum 30 – Jeroboam (3lt) 5

La Beneficenza

Come per tutte le annate di Zuanne prodotte e commercializzate, anche il ricavato della vendita delle tre annate di “Zuanne” sarà devoluto in beneficenza a ricordo di Gianni Brera. Il prezzo della cassetta contenente le tre vendemmie 1994 – 1995 – 1996 tiene in considerazione questo fine che, insieme al ricordo di un’amicizia e alla volontà di mantenere una promessa, rimane la vera essenza di questo vino.

BELLAVISTA RICORDA GIANNI BRERA

Inverno 1991. In una abbagliante mattina di dicembre presentammo alla stampa, nella meravigliosa cornice del vigneto del Convento dell’Annunciata, il primo Franciacorta Riserva Vittorio Moretti. Giuan Brera, affascinato e stupefatto dalla bellezza dei luoghi in pieno sole, finita la conferenza, volle percorrerli. Sulle terrazze sopra il Convento trovammo diversi vitigni di Merlot. Padre Sebastiano ci disse che aveva piantato circa 480 barbatelle nel maggio 1964. Fu allora che decidemmo di fare un vino che doveva essere il “nostro”. Nostro e di pochi amici. In onore di un grande amico ho deciso di chiamare questo vino “Zuanne” (Giovanni, nel dialetto locale del ‘600). Continuerò a fare questo vino, ma solo in quelle annate nelle quali il prodotto sarà all’altezza del grande nome che porta.
(Parole di Vittorio Moretti)

A cura di Mattia Vezzola, enologo di Bellavista

GIANNI BRERA: IL SUO STILE, MA SOPRATTUTTO I CONTENUTI

di Paolo Brera

Di Gianni Brera si menziona spesso lo stile, scordando, forse, quella che era la sua posizione autentica: cioè che lo stile è secondario rispetto a ciò che si raccontava. È in queste chiave che cercherò, nelle prossime righe, di dare conto dello stile e di alcuni risvolti dell’opera di Brera e della sua considerevole personalità.

Lo stile precipuo di Gianni Brera viene a maturazione negli anni in cui è direttore della Gazzetta dello Sport, cioè dal 1949 al 1954. La direzione della Rosea del resto è in molti sensi l’avvenimento cruciale della carriera di Brera. Scrivere di sport, e scriverne liberamente, ne porta a termine la maturazione anche letteraria. Già che il direttore scrive come vuole lui; e gli altri, anche (nel senso che essi pure devono scrivere come vuole il direttore).

Tenendo le redini del quotidiano sportivo, Brera è in grado di elaborare e di esprimere compiutamente, senza più doversi inquietare di piacere a capiservizio o capiredattori, la sua concezione difensivista del calcio. Nel difensivismo di Brera confluiscono con ogni probabilità diverse esperienze: da quella del centravanti innamorato del gioco inglese a quella del partigiano che sa di dover sempre giocare in difesa: il contropiede del gioco all’italiana assomiglia un po’ al «mordi e fuggi» della tattica garibaldina della guerriglia. A tutto ciò si aggiungono le conoscenze tecniche e fisiologiche maturate nello studio dell’atletica: se manca il vigore, ragiona Brera, è impossibile giocare tutto sull’attacco: la prima guerra mondiale, come icasticamente dirà più tardi il giornalista, non si sarebbe potuta vincere semplicemente decidendo di marciare senz’altro su Vienna.

Dunque squadra disposta a catenaccio, pronta al contropiede: due espressioni chiave che si cominciano a sentire appunto nei primi anni Cinquanta. La prima nasce come designazione spregiativa ma viene poi assunta e fatta propria dai difensivisti; la seconda descrive, nella visione di Brera, la ragion d’essere del quid designato dalla prima. Primo comandamento, non prenderle: mica puoi perdere se non lasci segnare i gol all’avversario; e se quello si sbilancia in avanti per provarci contro la tua difesa ultra-agguerrita, quando perde la palla non ha più fra la suddetta e la porta chi possa bloccarla prima della fatale estrema riga di gesso della sua metà campo. Semplice come la lotta fra il Bene e il Male nei film western dello stesso decennio, e altrettanto appassionante, almeno per chi s’interessa di calcio (il 90 per cento della popolazione maschile).

«All’inizio ero così compreso dei miei doveri che senza volere assumevo uno stile aulico, diciamo quasi di maniera crociana, che almeno si accorgesse il lettore di come io prendevo sul serio lui, il calcio e il mio mestiere!» ( dallo scritto «Interpretazione critica di una partita di calcio», pag. XVII). Le cronache calcistiche di Brera si distinguono per le analisi tecniche, allora ben rare e approssimative negli scritti di altri, e per lo stile che si viene elaborando proprio in quegli anni.

«Il giornalismo calcistico non aveva neppure un linguaggio suo», scriverà Brera parecchi anni più tardi, rievocando quel periodo eroico: «molti termini inglesi erano espressi con perifrasi alla lunga tediose e stucchevoli». Toccherà appunto a Brera introdurre nella nostra lingua i termini necessari per parlare di calcio. Molte delle espressioni tecniche del gioco hanno origine appunto nelle pagine del cronista. Ma anche al di là dei tecnicismi, la sua strabocchevole creatività linguistica fa di Brera uno dei grandi del secolo XX. Il dialetto, la lingua arcaica, gli idiomi stranieri e i neologismi hanno intessuto gli scritti di Brera come di nessun altro.

Tullio de Mauro ha osservato che a partire dal dopoguerra i dialetti, da sempre vivissimi nella penisola, subiscono un’erosione crescente da parte della lingua letteraria, erosione che potrebbe essersi arrestata solo negli ultimi anni. Dopo il 1945 gli àmbiti comunicativi in cui è appropriata la lingua nazionale (per dirla con Wittgenstein, i giochi linguistici in cui compare l’italiano) si vengono espandendo. Il bilinguismo si diffonde sempre più, il monolinguismo dei parlanti il solo dialetto diventa più raro. Parole e suoni dell’italiano trasmigrano nelle parlate locali, spesso espellendone gli inquilini originari.

Séguita peraltro a incombere sulla lingua nazionale l’ombra della sua nascita troppo letteraria, staccata dalla vita (tranne in Toscana, dove però le parlate locali sono ormai non meno dialettali di quelle di altre regioni, come ha ricordato Giacomo Devoto). La lingua è più dei dialetti capace di esprimere determinate cose, ma in diversi campi è meno potente di essi e meno vivida. Di filosofia è certo più facile parlare in italiano che in napoletano o in milanese, ma è anche vero che certe immagini dialettali della vita di tutti i giorni perdono ogni immediatezza se tradotte in lingua. Ofellee, fa’ el tò mestee: lo si può dire assai bene in latino (Sutor, ne ultra crepidam!) ma certo non altrettanto in fiorentinesco moscheto: ”Pasticciere, fa’ il tuo mestiere(?!)”.

Anche i dialetti, dunque, oggi contribuiscono alla lingua, e addirittura molto di più di quanto non abbiano fatto in passato. Cedono ad essa il loro normale materiale lessicale o elementi di slang all’inizio alquanto intrisi di colore locale: imbranato, pirla, marpione, pitonato, sgamare: e non è puro caso se sono tutte espressioni volgari o molto colorite, come il sedere di un babbuino (come el cuu d’on scimpantsee). Vanno perfino più in là, i dialetti: influenzano la sintassi della lingua, e anche – detto in modo più generale, anche se con minore precisione – le movenze stesse dell’italiano parlato e scritto.

La struttura molto complessa dei modi e dei tempi verbali italiani, secondo è stato spiegato a chi scrive da Maité Savaré, una studiosa di lettere classiche, deriva dal fatto che il substrato linguistico della Toscana, cioè della regione che ha fatto da culla al volgare italiano, non era indoeuropeo ma etrusco. I latini si erano inventati il sistema dei modi e tempi verbali per meglio chiarire i rapporti fra i diversi eventi, il che era cruciale per fondare su basi solide il diritto romano e in questo modo organizzare la dominazione dei popoli soggetti. Ma là dove il latino si è sovrapposto a una qualche parlata indoeuropea – celtica piuttosto che italica – la coniugazione si è poi radicalmente semplificata. È riemersa, infatti, l’originaria struttura indoeuropea – la quale non va molto al di là della triade passato-presente-futuro, e talora, come nelle lingue slave, tende a confondere congiuntivo e condizionale in una specie di grande ammucchiata grammaticale.

Questo comodo modello su cui ricalcare i tempi dei nuovi verbi latini mancava nelle regioni dove, prima della conquista romana, si era parlato un idioma non indoeuropeo. Per questo motivo lo spagnolo e l’italiano letterario conservano tuttora un apparato di tempi verbali prossimo a quello latino: più complesso, quindi, di quello del francese o dei dialetti italiani. Con secoli di ritardo, la vendetta di Vercingetorige si sta consumando oggi con il ritorno a una sintassi più semplice: ne è un aspetto la radicale ristrutturazione della consecutio temporum cui stiamo assistendo in questi ultimi anni nella nostra lingua, insieme all’atrofia del congiuntivo.

La ”trasfusione di sangue” dal dialetto alla lingua non avviene in modo indiscriminato in tutti gli àmbiti della vita sociale, né in qualunque momento. Avviene sopra tutto là dove e quando si agitano forti emozioni: giacché il dialetto è più popolare della lingua, dunque più vivo e colorito, e ad esso si ricorre quando si vuole esprimere qualcosa che in italiano apparirebbe esangue. Perché la trasfusione abbia successo occorre poi che sia a portata di mano un mezzo di comunicazione abbastanza autorevole e diffuso da estendere il nuovo uso al di là dell’area in cui è stato generato.

Si può dire che il dialetto integra e arricchisce la lingua là dove questa manca di vigore espressivo, mentre al dialetto la lingua dà del suo se in esso esiste un vuoto semantico, una voragine di concetti che non possono essere richiamati in modo soddisfacente perché lo strumento ”dialetto” è inadeguato. Abyssus abyssum vocat, insomma.

Gianni Brera è stato un imbuto d’elezione per l’enorme travaso nella lingua nazionale di modalità espressive lombarde (ma anche settentrionali in generale) che si è verificato nella seconda metà di questo secolo. Perché è stato possibile per un giornalista sportivo svolgere un simile ruolo? Non pretendo di dare qui una risposta completa. Intenderei però fornire alcuni elementi che a me sembra facciano parte della risposta.

Capo primo, Brera ha sempre operato a Milano. L’Italia, come ogni nazione, come ogni spazio economico, non è un insieme amorfo, ma un insieme strutturato, in cui emergono diversi poli. In questa realtà nazionale e socioeconomica Milano è uno dei due poli più importanti (lascio alla fantasia di chi ascolta l’individuazione dell’altro). In certo modo, è la capitale del Nord Italia, dal cui territorio si alimenta sul piano dell’economia e della popolazione. L’immigrazione dal resto del Nord e i contatti quotidiani con la val Padana, la Liguria e la Lunigiana fanno di Milano un crogiolo non solo sociale ed economico, ma anche linguistico. Nell’Italia del dopoguerra Milano è sempre stata il massimo centro dell’industria editoriale e discografica. Negli anni Settanta e Ottanta è divenuta anche uno dei poli televisivi del Paese, e ha assunto un peso maggiore anche in un mezzo – pure declinante – come il cinema. Per questo il materiale lessicale, grammaticale e sintattico che affluisce a Milano per esservi integrato alla versione locale della lingua italiana viene, in un secondo tempo, nuovamente ridiffuso in tutte le direzioni.

Nel recensire su ”Repubblica” il romanzo di Brera Il mio vescovo e le animalesse , Beniamino Placido ha osservato che nel romanzo le espressioni in dialetto pavese tradotte nelle note a pie’ di pagina risultavano a volte ostiche, mentre negli articoli di giornale si lasciavano agevolmente comprendere senza bisogno di rimandi, perché si inserivano nel contesto in modo del tutto naturale. Placido ha abbastanza ragione. La comprensione è massima nelle cronache calcistiche. E se uno si domanda seriamente perché, ecco come deve rispondere: perché appunto in quelle, perfino nelle più tecniche, è massima la tensione emotiva; e dunque lì tocca il punto massimo anche la potenza espressiva del dialetto.

Contesto milanese, contesto calcistico: Brera agisce in uno degli àmbiti più passionali della vita contemporanea, a partire da uno dei centri di irradiamento linguistico più dinamici di questo secolo. La sua personale attività creativa ne viene potenziata. L’uomo giusto, nel momento giusto, al posto giusto: e con il mezzo di comunicazione giusto. Ci stiamo avvicinando a una risposta per la domanda di prima.

Brera è stato spesso accostato a Carlo Emilio Gadda, in alcuni casi perché lo si voleva ridimensionare con un confronto che si presumeva sfavorevole. Il giudizio di critica letteraria non mi compete. Mi preme tuttavia mettere in rilievo che tra i due esiste una differenza profonda: la fecondazione della lingua mediante il dialetto avviene in Brera a caldo, nel mulinello delle passioni generate dallo sport: mentre in Gadda ogni manipolazione linguistica occorre del tutto a freddo. La creazione letteraria libera da costrizioni di tempo e di soggetto ha in Brera uno spazio incomparabilmente minore che in Gadda.

Il dialetto non è, comunque, l’unica chiave di comprensione del Brera artigiano (o artefice) della lingua: c’è anche l’assidua pratica del neologismo e l’uso delle lingue. Il neologismo è importante. Parole come ”intramontabile” o ”abatino” ed espressioni come ”senso euclideo” hanno documentabile origine nelle cronache breriane; e molte altre se ne ptorebbero citare. Alcune sono passate nell’uso generale, traboccando con naturalezza al di fuori dell’àmbito sportivo. Altre sono manifestazioni di uno stile personale che tale è rimasto anche nel fiorire delle imitazioni (i cosiddetti ”brerini”).

Il ricorso alle lingue ha in Brera una funzione poco meno importante. Francese, spagnolo, qualche po’ di tedesco, misuratissimo inglese forniscono materiale che Brera incastona in un periodare pur sempre italiano-del-Nord. In ciò non diverse, tali lingue, dal romanesco o dal napoletano, se non per il differente registro delle frasi in cui si lasciano inserire. Per esemplificare: una parola comeWeltanschauung non può essere sostituita da un prestito partenopeo, né Vico (che Brera amava citare) ha mai scritto nel dialetto della sua città, pure coltissima nelle sue élites.

Il latino era, insieme al francese, la lingua di cultura più consona a Brera. In Italia la cultura te la dà la media superiore, non l’Università, che tende semmai a specializzarla e parcellizzarla, a volte a un segno tale da snaturarla. Vero in generale, verissimo nel caso di Brera. Laureato in Scienze Politiche a Pavia durante la guerra mondiale, ne aveva però seguito i corsi in modo saltuario: non per scelta, certo: ma perché altrui decisioni giusto in quegli anni lo impegnavano a gettarsi armato, appeso ad un serico velo, da aeroplani in volo. Il latino di Brera era quello del liceo scientifico, attraverso il quale filtrava (temporibus illis) anche parecchio greco classico. E proprio il liceo scientifico, nel dopoguerra, era la scuola della classe media emergente, che apprezzava una reminiscenza di Orazio inserita in un resoconto sportivo e anche per questo, forse, era grata a Brera del suo volersi fare tramite fra l’istruzione e il football. Più in generale, questa considerazione si applica anche allo sfoggio di cultura letteraria e storica che così spesso si ritrova nelle pagine di Brera: per quel tanto che capisce o che ricorda, il nuovo italiano inurbato e piccolo borghese ritrova ciò che gli hanno fatto studiare nella scuola secondaria e che conserva intatto il suo prestigio.

Dialetto, neologismi, lingue estere e latino: manca ancora solo un’altra delle componenti della tela di fondo su cui si staglia lo stile di Brera: quella del purismo. Nello studio in cui il Brera della maturità produceva i suoi scritti troneggiava il quasi biblico Devoto-Oli, non si contavano gli altri dizionari. E il materiale lessicale, con il significato esatto delle parole, veniva anche dalla lettura quotidiana di romanzi, saggi e racconti: le ore della notte, sorseggiato che fosse l’ultimo centilitro di Barbaresco, partito l’ultimo amico, erano dedicate alla letteratura, così come le prime ore del risveglio, a parte una tazza di tè che prendeva ancora a letto, erano sacre alla stampa periodica.

Certo, nella frenesia delle cronache il ricorso metodico a tutto questo indispensabile background non era possibile: bisognava usare lì per lì quanto urgeva alla mente e alle dita del giornalista, per il quale la deadline del quotidiano è più sacra della Messa della domenica. Come dare torto a Brera, quando rimproverava a Umberto Eco di non comprendere in quali condizioni lavorasse e sempre necessariamente lavori il cronista? lui che aveva il becco di paragonare gli esagitati scritti sportivi a quelli del letterato, il quale solo ha il cospicuo privilegio di poter rifinire il proprio secreto con la dovuta calma! Il tour de force della domenica era d’altro canto preceduto dagli allenamenti linguistici della settimana. Nei giorni feriali c’era più tempo: a dire il vero, non poi tanto di più quando si trattava di scrivere: ma sì per leggere, e dunque per introiettare movenze linguistiche e stilemi da resuscitare in diligenza al dì di festa.

Una volta creato e legittimato agli occhi del pubblico il suo stile, Brera non intendeva certo limitarsi a usarlo nelle sue cronache sportive. Fra cento anni, credo, queste non saranno più neppure nominate, e di lui si ricorderanno solo le opere letterarie: le tre biografie romanzate di ciclisti (Pavesi, Coppi e Campagnolo), i tre romanzi della Trilogia di Pianariva, e la commedia Mille e non più mille. In tutti questi, tranne forse la sola biografia di Campagnolo, è evidente l’importanza della dimensione locale.

«In novembre, la nostra Bassa è il paese più triste del mondo. Gli alberi sono spogli. L’erba è brinata. Dai fossi e dai fiumi sale ondeggiando la nebbia. I corvi si riuniscono in branchi e indugiano sugli arati lanciando rauche strida. La gente sente venire l’inverno e senza volere incupisce. Nei suoi lavori c’è un senso di fretta ansiosa, che gli animali scontano a legnate». Con queste parole Gianni Brera introduce, a due terzi del Corpo della ragassa, il vero protagonista di questo come degli altri suoi lavori: il microcosmo sociale e geografico del Pavese, la sua terra di origine.

Gli abitanti del Pavese, discendenti dei liguri levi che vivevano nella zona già prima dell’arrivo dei romani, hanno un ethos fatto di lavoro costante e ben fatto, sono semplici ma ben motivati nella ricerca dei piaceri, rifuggono dalle esagerazioni e si mostrano tolleranti verso gli altri. Se in guerra o nella vita compiono atti di coraggio hanno ritegno di parlarne, perché sospettano interessato inganno in ogni mostra di alte virtù od alti sentimenti. Nella colonna del passivo bisogna iscrivere l’invidia paesana, il rifiuto di riconoscere la grandezza di chiunque faccia parte dello stesso microcosmo, e una buona dose di classismo. E qua e là, anche la grettezza.

Ormai da secoli il territorio di Pavia subisce non solo l’attrazione economica e sociale della città capoluogo, ma anche quella di Milano. A questi legami materiali e storici corrisponde anche un legame nella formazione intellettuale e culturale di Gianni Brera. Il microcosmo della Bassa pavese è il punto di partenza e la chiave più sicura per ogni interpretazione profonda della sua anima; Pavia è il luogo dell’elaborazione, dove le più caratteristiche tendenze interiori si decantano; e Milano è l’arena in cui alla fine Brera scenderà, da giornalista e scrittore, con in resta la lancia polemica che gli conosciamo.

Vistose tracce di questo legame fra le tre aree, così come si presentava negli anni Venti e Trenta, sono presenti sopra tutto nel romanzo Il corpo della ragassa. La bassaiola Cecchina, detta anche Le Disgrazie del Vizio, per legarsi con un balordo è andata a Milano, né avrebbe potuto andare altrove; Pavia è la città dietro l’angolo, dove si gode di una maggiore libertà d’azione ma pure si deve mantenere una certa cautela; e San Zenone al Po, che nel romanzo compare con il suo vero nome e non con quello, Pianariva, dei romanzi successivi, è il villaggio rurale, arretrato e limitato, dal quale a tutti i costi occorre emanciparsi. In esso per Brera ci sono anche valori positivi: è sicuro: ma bisogna necessariamente vederli in controluce, perché su quelli lui dirà sempre ben poco di esplicito. E nei romanzi, niente.

Anche questo, del resto, fa parte del carattere pavese. In altri scritti la valorizzazione della pavesitas è invece più che esplicita: dove si parla di cibi e di vini, di tradizioni popolari, di cultura locale. Ma questo campanilismo non era cieco e sordo di fronte alle tradizioni degli altri, ai valori di aree diverse dalla sua. Brera è stato un grande interprete di tutto questo in tutte le aree geografiche in cui si è mosso: in Lombardia e nel Nord Italia più che nel resto del Paese, ma non unicamente in Lombardia o nel Nord Italia. Lo scrittore lombardo ha amici in Sardegna, in Sicilia, in Toscana, a Napoli, nel Lazio: non gliene conosco a Bari o in Lucania, ma dev’essere un caso o una carenza informativa di chi scrive. Io credo che, nella cultura e nella vita, Brera sia stato un buon esempio di un modo regionale di essere italiani. Ma per essere più preciso, mi domando se esistano poi altri modi, diversi da questo, di essere italiani.

La riva materna

Inedito di Gianni Brera

Con piacevole sorpresa catturo Vittorio Moretti in una tela di Giovan Battista Moroni, protopittore bergamasco (in attesa del Caravaggio). Gli risparmio il giro-collo di pizzo, non il corsetto damascato, le maniche rigonfie. I capelli sono lisci e corvini quali dovrò cogliere poi nel suo misterioso popolo in migrazione: la severità del volto non si attenua dunque in riccioli di vacua apparenza. La fronte è convessa, alta e ossuta in giusta misura. I sopraccigli neri proteggono occhi scuri e intenti, non fissi, non avidi, bensì animati da visibile intelligenza. Il naso è diritto e ben proporzionato. La bocca si atteggia a un contenuto sorriso. Il mento è virile, non aguzzo, non squadrato né reso frivolo dal vezzoso buchetto al centro della mandibola. Non cupo né fatuo, l’uomo ispira immediato rispetto. Giovan Battista Moroni non ne vuole falsare il ritratto per mera piaggeria. Preferisce che esprima carattere nella compiuta verità del suo essere.

Fin qui il dipinto come appare a chi lo veda per la prima volta. Ma io, fedele biografo, devo scoprirne subito anche la fisionomia razziale. Vittorio è nato nella antica strada dei Camuni. Gli etnologi meglio informati parlano di Liguri. Un filologo della statura di Giacomo Devoto rompe la monotonia del luogo comune arrischiando l’ipotesi d’un insediamento lepontino, cioè venetico, a ribaltare le classificazioni d’antan.

I primi Liguri appaiono anche a me, sospetto di laevismo transpadano (la riva sinistra!), come un confondersi inquieto di popoli in marcia. Quando è da tempo iniziato l’ultimo millennio avanti Cristo, come fiumi etnici in piena irrompono in Padania anche i Celti, poco meno misteriosi dei Liguri. I Cenomani fondano Brescia. I Liguri (o i lepontini venetici?) hanno già fondato Bergamo. Fra i due popoli non vigono separazioni possibili. La Storia (con la S maiuscola) si sfuma di continuo in ibridazioni concrete. Quassù non giungeranno i Punici ma sì i Romani, e dopo di loro avranno luogo infinite scorribande germaniche, miracolosamente cessate quando i Longobardi avranno scelto l’ultima patria, in tutto degna di loro.

Vittorio Moretti vede lampi di peltro illuminare la natia riva d’Iseo. Il nerbo longobardo gli è rimasto nel sangue come sicura memoria bio-storica. Senza jattanza alcuna si dirà milanese. Il suo dinamismo non può non ispirarsi alla capitale che l’ha plasmato per oltre vent’anni. Quando torna alla riva di Franciacorta, Vittorio Moretti la trova angusta fino a provocarne l’orgoglio virile. Il suo dinamismo si traduce in progetti di mirabile intelligenza pragmatica. I dolci colli morenici si sono offerti da secoli alla vite in un abbandono che non vuol essere mai rassegnazione. La tecnica del vinificare è come un rito di sacra liturgia. Il tempo la condanna però a rinnovarsi come esige l’ottima qualità del prodotto. I primitivi pali di salice si umiliano nella terra sassosa: la dignità della liana che dà prodigiosi grappoli d’uva impone sistemi nuovi.

Sembra ovvia – e non è – l’intuizione di Vittorio Moretti. I filari si disegnano secondo armoniose geometrie di ceppi e di tralci: per suo merito il cemento armato si offre con rigidi sostegni che durano nel tempo. Il primo omaggio alla terra lo incoraggia. Vittorio Moretti sperimenta la propria voglia di culto e di successo onorando il vino come esige la fede degli antenati. Nuovi templi si scavano per un tesoro che vive e riposa lontano dalla violenza del sole. Il vino si custodisce come l’oro: le volte di queste cattedrali sotterranee si stagliano prima nella mente di Vittorio Moretti costruttore edile. L’idea del forziere si dilata in forme architettoniche sempre più ardite e geniali.

Vittorio Moretti ha pudore a dichiararsi contadino prima di aver vinto la sfida nella “bottega” che fu dei grandi fabbri lombardi, dei comacini e dei campionesi prefabbricanti (sic) le cattedrali più insigni della Padania. L’industriale Vittorio Moretti rientra nella storia pagando giusto tributo all’agricoltura. E’ atavica legge che ritorni devotamente alla terra chi se n’è staccato per trionfare nelle arti che creano ricchezza costruendo perfino città. Vittorio Moretti è veramente compos sui quando intorno alla fabbrica, (l’antica bottega dilatata secondo le esigenze moderne) può impiantare i vigneti che testimoniano il suo amoroso ritorno alla contrada natia. I vini insigni di Bellavista consentono a Vittorio Moretti l’ennesima sfida. I suoi obbiettivi trascendono i preziosi confini delle vigne ridisegnate sulle ondulazioni moreniche di Erbusco.

La misteriosa sopravvivenza dinamica che l’arte di Giovan Battista Moroni ha anticipato di oltre quattro secoli (ma sì!) riesce a plasmare anche la riva materna. E’ presto per andar oltre la fruizione visiva d’un vasto giardino nativo che sarà parco domani, aprendosi alle pacate contese dei golfisti. Un albergo degno apre le porte a un mondo che può serenamente isolarsi pur vivendo inserito nell’ambiente. I pampini delle vigne frondeggiano rigogliosi. Nelle ampie cantine votate al culto e perciò senza retorica paragonabili a templi silenziosi ma fervidi, maturano i prodigiosi vini che accendono l’orgoglio di Vittorio Moretti. Il suo enologo, Mattia Vezzola, è il diacono officiante. La sua sapienza tecnica asserisce che il prodotto di Bellavista rappresenta il massimo di Franciacorta. Più di questo, in cantina, non si può fare. Vittorio Moretti ha capito e accetta generosamente la lotta per andar oltre.

I vigneti di più recente impianto (cinque anni) produrranno la metà dei più vecchi. E’ provato infatti che la qualità è inversamente proporzionale all’abbondanza. Al momento gli spumanti “officiati” nei templi di Vittorio Moretti risultano “un po’ corti nel retrogusto”: non riescono a “completare tutto il palato”. La sensazione di piacevolezza, gustando lo spumante attuale, ha una durata inferiore all’optimum di circa un quarto: poi sparisce. E la sincerità del culto non sopporta menzogne di comodo. Contro i pochi grandi champagnes lotteremo alla pari quando l’ambizione di Vittorio Moretti verrà soddisfatta compiutamente. La qualità dei nuovi prodotti di vigna verrà sicuramente esaltata nel sacrale silenzio delle cantine. Le vigne nuove rendono più gravosa la vendemmia ma Vittorio Moretti è un patron illuminato. Se è vero che le piante produrranno la metà, è anche vero che dureranno quasi il doppio delle attuali sotto produzione.

L’elogio di Vittorio Moretti imprenditore e poeta ha luogo in un ristorante milanese che appartiene a un amico, Alfredo Valli. “A casa mia – dice impettendo Alfredo, fresco retour de Kenia – faccio quel che voglio: e adesso voi berrete un Dom Perignon dell’82”. Mattia Vezzola, giovane bennato, accetta di buon grado l’imposizione. A me, personalmente, garberebbe di più un Bellavista. Mattia sorseggia attento e dice che l’anidride carbonica “scoppia in bocca”: secondo lui, è un vino troppo fresco (nel senso di giovane). “certi francesi – rincara Alfredo con lombarda cordialità – a jèn imbrujon: magari cal vin chì al g’ha du ann e no sett ‘ma dis l’etichetta”.

Finisco io lanciando il mio valido ronzino contro i sempiterni mulini a vento dello champagne: “A noi italianuzzi – ringhio indignato – tirano fregature pari al loro insensato disprezzo”: e volendo sinceramente bene a Vittorio Moretti chiedo con la debita burbanza di rifarmi sul suo impareggiabile Bellavista. Sia vero o no che manca l’ultimo quarto sul palato (perché non credere a Mattia, che è così bravo e onesto?), mi titilla l’epligottide come riescono solo i grandi vini. La metafora non sarà pari alla mia sete ereditaria, però lo spumante di Vittorio Moretti mi fa pensare ad un’ape che dolcemente deponga in arnia il polline di un bel fiore.

Coordinazione a cura di Rocco Lettieri con la collaborazione di Clara Zucchi di Terra Moretti.