L’Aglianico del Vùlture

Tre elementi naturali in perfetta sintonia danno origine in modo unico ed armonico ai vini della Basilicata: la terra vulcanica e fertile del Vùlture, la prolungata esposizione al sole caldo del sud e l’aria incontaminata delle colline lucane lontane da insediamenti industriali. Oggi come ieri la mano dell’uomo guida tali elementi per continuare con successo la coltura della vite secondo le antiche tradizioni. Questa è la patria dell’Aglianico del Vùlture, vitigno pregiato fin dai tempi della Magna Grecia.

Io lo conosco
questo fruscio di canneti
sui declivi aridi
contesi dalla frana
e queste rocce magre
dove i venti e le nebbie
danno convegno ai silenzi
che gravano a sera
sul passo stanco dei muli.
È poca l’acqua che scorre
e le vallate son secche,
spaccate d’argilla.
Di qui le mandrie migrano
con l’autunno avanzato,
per la piana della marina
tuffando i passi nelle paludi.
…Da noi il mondo è lontano
ma c’è un odore
di terra e di gaggìa
e il pane ha il sapore del grano. (Mario Trufelli).

Il contenuto di questa poesia di Mario Trufelli mi fa pensare, alle condizioni economico-sociali della Basilicata, quando erano tali da posizionare la regione tra quelle più povere d’Italia. La storia di questa meravigliosa terra ha avuto sempre alti e bassi dovuti a fattori principalmente storici che obbligarono i più tenaci abitanti ad arroccarsi all’interno, sulle montagne, per sfuggire agli attacchi dei diversi popoli invasori provenienti da Paesi quali la Turchia, la Grecia, la Spagna, l’Albania ecc. Come se non bastasse la malaria trovò condizioni ideali nelle terre lasciate incolte per il fuggi fuggi generale dalle zone costiere. I vari corsi d’acqua di cui è ricca la regione, brevi ma irruenti, torrentizi, hanno così potuto scaricare le acque incontrollate nella pianura metapontina dove il proliferare delle zanzare costrinse anche gli abitanti più restìi a rifugiarsi nelle più sane e sicure alture, anche paesaggisticamente più appaganti. Queste condizioni hanno però salvaguardato la vera razza lucana con i tratti somatici dalla pelle chiara, capelli castani, occhi scuri; gente mite ma orgogliosa delle proprie radici attaccate ad una terra avara e difficile che loro hanno saputo lavorare, con fatica e caparbietà, per trasformarla, oggi, in una delle più belle e affascinanti regioni. Le valli che partono dal Nord, dalla zona del Vùlture e che si allungano su colline lungo i corsi del Bradano e del Basento, presentano policrome visioni di campi di grano, verdeggianti uliveti, lussureggianti frutteti e vigneti. L’economia regionale prevalentemente collinare e montuosa si basa ancora oggi sulla pastorizia (ovini e caprini) e sull’agricoltura, alla quale nuovi sistemi colturali hanno dato notevole impulso. Ma non si sarebbe potuto portare benefici a questi comparti senza la costruzione di nuove strade e superstrade che hanno permesso di avvicinare l’uomo di campagna alla città per la commercializzazione di prodotti orticoli freschissimi. Il paesaggio lucano presenta una notevole diversificazione di aspetti concentrati in una superficie abbastanza ristretta. I rilievi sono costituiti dalle propaggini più meridionali dell’Appennino, di formazione terziaria, dall’edificio vulcanico del Vùlture, dalle colline argillose. Accanto a questi, si ritrovano, la pianura costiera ionica orlata dalle spiagge sabbiose del metapontino e la ripida costa rocciosa tirrenica nel golfo di Policastro. Il paesaggio della collina subisce continue modificazioni a causa dell’azione modellante delle acque di ruscellamento che incidono terreni facilmente erodibili. In alcune aree, quest’erosione prolungata nel tempo ha determinato la formazione dei tipici calanchi che caratterizzano soprattutto vaste contrade della provincia materana.

La zona vitivinicola del Vùlture

Questa parte collinare rappresenta un’emergenza naturalistica particolare ed isolata rispetto alle aree limitrofe, legata alla presenza di un complesso vulcanico spento la cui attività ha avuto inizio presumibilmente nel Pleistocene medio (circa 700.000 anni fa). All’interno del cratere del cono eruttivo sono presenti i due Laghi di Monticchio che si estendono su un’area di 10 ettari. Essi sono separati da un sottile istmo e differiscono tra l’altro per la diversa colorazione delle acque. I versanti che degradano dai due laghetti ed i territori circostanti sono coperti da una rigogliosa vegetazione che vede in alcuni frutti anche la salvezza delle popolazioni: castagni, nespoli, mandorli, oliveti, prugnoli, peri e naturalmente viti. Furono proprio i Greci, prima, e i popoli Osco-Sanniti dopo, seguiti dai Romani ad impiantare su questi dolci declivi la vite, il famoso ceppo Hellenico, padre dell’attuale Aglianico, un vino quasi inedito, che come la sua terra d’origine, viene da lontano e guarda al futuro, definito il vino nobile meridionale per eccellenza. La zona di produzione dell’Aglianico del Vùlture ha un suolo singolarmente fertile per l’apporto di materiale vulcanico, ricco di sali minerali, che diventa argilloso procedendo verso Est, nel circondario di Venosa associato ad un’altitudine media intorno ai 400/600 metri, con particolare esposizione Sud-Est, ideale per la coltivazione della vite che attecchisce bene ma fatica a trovare la linfa vitale per vivere. Ecco il segreto per la produzione di uve eccellenti che non arrivano mai ad un chilogrammo per metro quadrato consentito per legge. La resa si assesta a malapena sui 70 quintali per ettaro negli anni migliori. I venti, sempre presenti, non permettono la formazione di muffe e pertanto la materia prima può solo essere rovinata dall’uomo. Si producono uve a DOC Aglianico del Vùlture DOC in quindici paesini che sono: Acerenza, Atella, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Lavello, Maschito, Melfi, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Rionero in Vùlture, Ripacandida e Venosa. Tutte località che hanno qualcosa di storico da raccontare, tutte con torri o castelli, chiese e ruderi del tempo dei romani. A Barile, Maschito e Forenza vivono ancora oggi comunità albanesi che conservano tradizioni etniche e linguistiche proprie. Melfi, Venosa e Acerenza vantano cattedrali e castelli tra i più pregevoli della regione.

Un pò di storia dei questa terra

In origine la Basilicata fu abitata dagli Enotri, vale a dire i pionieri della viti-vinicoltura nel sud della penisola, ossia le genti che diedero a quei tempi il nome Enotria a tutta l’Italia. In seguito, fu occupata dai Lucani, tant’è che l’imperatore Augusto volle chiamarla Lucania, denominazione geografica ripresa nel periodo fra il 1932 e il 1947. Attualmente, il suo nome ufficiale è Basilicata, con riferimento al periodo bizantino dei basiliskòs, piccoli reucci locali. Pur essendo regione quasi interamente montuosa, salvo una breve striscia costiera sul Tirreno e sullo Ionio, la Basilicata vanta una notevole tradizione vinicola. Il poeta latino Orazio, nativo di Venosa, in provincia di Potenza, ebbe a lodare in più occasioni i vini, le olive ed anche i cereali della sua difficile ed appartata terra. In quei tempi, furono assai rinomati i vini di Buxentum, di Thurium e dei colli di Sibari. Non si tratta di dell’odierna Sibari, in provincia di Caserta, ma di un’altra città, di ubicazione incerta, che visse un periodo di straordinario splendore, nel VII-VI secolo A. C. Giulio Corbo, relatore della provincia di Potenza, descriveva la viticoltura e la vinificazione nel Vùlture agli inizi dell’800; per fare solo alcune citazioni: i vini del circondario di Melfi e Rapolla sono di “buona qualità e non si usa alcuna materia estranea per mascherare i difetti”. Inoltre, gia nel 1811, a Maschito era in funzione una distilleria per recuperare l’alcool dai vini difettosi. Questo lungo ma necessario preambolo, non fa altro che confermare l’ipotesi che la Basilicata sia la terra d’origine del vitigno Aglianico, deformazione campagnola dell’antico nome greco di Hellénikos.

La superficie di riferimento dell’Aglianico del Vùlture DOC è di circa di 2350 ettari. Da notare che il vino Aglianico del Vùlture, a DOC fin dal 1971, con disciplinare aggiornato nel 1987, è composto dal vitigno Aglianico lavorato in purezza, quindi senza l’aggiunta di uve complementari. È un vino di struttura robusta, con lunga longevità, ciò non toglie che può essere anche consumato dopo due anni senza perdere sapidità, eleganza e possanza. Le aziende principali sono iscritte ad un Consorzio di Tutela e con esso l’Aglianico del Vùlture ha intrapreso quel salto di qualità indispensabile per entrare a tutti gli effetti nel panorama dei migliori vini nazionali. Il suo organismo di tutela ha ridisegnato recentemente il proprio assetto e le proprie funzioni. Da pochi giorni la Camera di Commercio di Potenza ha rilasciato le ultime certificazioni che verranno mandate al Ministero delle Politiche Agricole. Se tutto andrà bene per la fine del 2004 il Consorzio sarà pienamente operativo svolgendo compiti di tutela, vigilanza e promozione, tutti finalizzati al rafforzamento produttivo e commerciale dell’Aglianico del Vùlture DOC.

Ad oggi vi aderiscono 14 aziende per oltre il 66% delle superfici (3560 Ha totali di vigneti dell’area del Vùlture). La Camera di Commercio di Potenza nel 2000 ha pubblicato un quadro interessante per capire di più questa realtà vitivinicola. Infatti nel 1976 risultavano iscritte 737 aziende che sono salite vent’anni dopo a 1331. Una situazione apparentemente florida ma soltanto sulla carta. Per i primi vent’anni di storia dell’Aglianico del Vùlture DOC, infatti, le denunce di produzione sono state largamente inferiori al prodotto potenzialmente ottenibile. Tanto per fare qualche esempio, proprio nel 1996, anno del picco massimo di produttori iscritti all’albo, a fronte di una produzione potenziale di 139.047 q.li di uva e 97.332 Hl di vino, la Camera di Commercio di Potenza registrava realmente soltanto 14.050 di uva DOC prodotta e 9.835 Hl. di vino. Prendendo un’altra annata come riferimento, la situazione non cambia. Nel 1990, ad esempio, con 1206 produttori iscritti ed una produzione potenziale di 129.299 q.li di uva e 90.509 Hl. di vino, vennero effettivamente denunciate all’albo dei vigneti DOC 22.060 q.li di uva e 15.442 Hl. di vino Aglianico. Cifre davvero irrisorie che determinarono, nel 1997, la cancellazione d’ufficio dall’albo, di numerosissime aziende per mancanza dei requisiti (denuncia all’albo delle produzioni DOC almeno una volta ogni 3 anni). Nel 1997, dunque, le aziende dell’Aglianico DOC calano drasticamente da 1361 a 306, ma, mentre le produzioni potenzialmente ottenibili, com’è ovvio, diminuiscono (da 139.047 a 44.348 q.li di uva e da 97.332 a 31.043 Hl. di vino) quelle reali fanno registrare un aumento. Si passa infatti, da 14.050 a 16.573 q.li di uva e da 9.835 a 11.601 Hl. di vino. Una tendenza che è continuata, fatte salve, le oscillazioni dovute alle condizioni atmosferiche dell’annata, che possono determinare una flessione delle produzioni, anche significativa, così com’è accaduto nel 1991 e nel 1992 a causa di siccità, allagamenti e grandinate. Nel 1998 i produttori iscritti all’albo erano ancora diminuiti di qualche unità, da 306 a 301, per passare a 311 nel 1999, 315 nel 2000, 328 nel 2001, fino a 370 del 2002. Contemporaneamente la superficie iscritta all’albo dei vigneti è aumentata dai 443 ettari del 1997, fino ai 788 del 2002, data alla quale si registra una produzione potenziale di 74.123 q.li di uva e di 51.886 Hl. di vino.

L’Aglianico del Vùlture DOC

L’Aglianico attualmente diffuso anche in Campania, in Puglia e in Molise, viene anche denominato Gesualdo o più semplicemente Uva Nera. Nella zona campana dei Campi Flegrei viene anche detto Aglianichello ed è stato accertato che si tratti di un biotipo del ceppo madre. L’Aglianico presenta un grappolo di media compattezza, con acino di formato regolare e di un bel colore blu. Sicuramente i primi maglioli di questa caratteristica e storica vite furono messi a dimora in Basilicata dai primi coloni greci sbarcati a Eraclea, antica città della Magna Grecia, l’odierna Policoro, cittadina in provincia di Matera. La parte della regione maggiormente interessata alla coltivazione dell’Aglianico è quella del Vùlture, disposta intorno alle pendici di questo imponente gruppo montuoso. Si tratta di un monte di origine vulcanica che arriva a 1300 m di quota che s’innalza isolato sul versante adriatico dell’Appennino, poco distante dai confini con la Campania e la Puglia e si adorna dei due incantevoli laghi, i Laghi di Monticchio, che hanno preso il posto degli antichi crateri. È uno degli ambienti fra i più suggestivi della Basilicata, dove sopravvivono tuttora antiche feste, come quella dei focanoi, i falò accesi per celebrare la vendemmia. Proprio davanti a ciascun falò, viene collocata una botticella, e con le mescite del mitico Aglianico, nato dalle zolle vulcaniche, non si lesinano le degustazioni con l’agnello ai funghi carboncelli.

L’Aglianico del Vùlture è stato riconosciuto vino DOC nel 1971, non può essere messo in consumo prima del 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia, può portare la qualifica di “vecchio” se maturato per almeno tre anni in botti di legno e con gradazione minima di 12°; può fregiarsi del nome “riserva” se invecchiato per almeno 5 anni di cui due in botti di legno e con gradazione alcolica non inferiore ai 12,5°. Le uve maturano tardivamente, nella terza decade di ottobre, hanno grappoli medi più o meno serrati con buccia spessa, di colore violetto carico. I vitigni vengono allevati verticalmente usando variazioni di Guyot sostenuti da paletti di canna. I filari sono disposti generalmente ad un metro di distanza l’uno dall’altro e in alcune zone le viti si trovano addirittura a mezzo metro risultando così di una densità unica al mondo (20.000 ceppi per ettaro). Le zone definibili “cru” si trovano tra i 550 e i 650 metri di altitudine; la zona di San Savino, tra Rionero e Ripacandida, è unanimamente considerata quella che produce i vini più raffinati. Altre zone importanti sono le frazioni Mezzana e Piano di Altare e in comune di Barile i vigneti di Macarico e Gorizza. Un’area definita ottima si trova sulla piana che si estende tra Venosa e Maschito nella zona della Serra Dolente e della Masseria Sant’Angelo, dove si trova anche la più alta concentrazione di vigneti DOC di Aglianico. Il vino che si ottiene, se giovane ha colore rosso rubino con profumi vinosi, delicati, sapore asciutto, sapido, giustamente tannico. Con l’invecchiamento che sopporta anche lungamente, si hanno gusti più pronunciati, mai pesanti e delicatamente vellutati. La maturazione in botti di rovere, non obbligatoriamente barriques (qui è arrivata non più di 10 anni fa), ne ammorbidisce il carattere; un lungo affinamento in bottiglia consente all’Aglianico di essere annoverato tra i più grandi vini italiani e tra i più longevi come tenuta nel tempo. Accompagna perfettamente i saporosi piatti della cucina lucana, dai primi a base di pasta condita ai secondi a base di carni lungamente cotte o grigliate. Si sposa a meraviglia con i pecorini di Filiano e di Moliterno, certamente i più conosciuti della zona. (Vedere il box dedicato alla cucina lucana).

L’Aglianico è uno dei pochi vini italiani rossi importanti che si può anche spumantizzare. Questa versione, bevuta giovane e a temperatura ben fresca, accompagna a meraviglia pasticceria da forno e frutta secca anche arricchita di frutta, ad esempio, i fichi passati al forno ripieni di mandorle. Da alcune cantine si stanno proponendo vini bianchi da uve rosse Aglianico. Non ritengo utile in questo momento di crescita screditare un vitigno “rosso”, che è in grado anche di dare buoni risultati in bianco, solo per seguire una moda o per mettere nel listino vendita anche un bianco, anche se loro, i produttori, dichiarano che già nel 1982 si produceva un vino bianco da Aglianico chiamato “Chiaro di Acerenza”. Non voglio entrare di più in merito e mi fermo qui. Già fiumi di Aglianico, ai tempi, sono stati utilizzati come vino da taglio per il Nord, invidiato anche dalla vicina Puglia. Oggi circa 1400 ettari sono in mano a 1360 aziende iscritte all’albo dei vigneti con una parcellizzazione estremamente capillare. In effetti solo il 10% di tutto l’Aglianico prodotto diventa DOC, il resto è commercializzato come vino da tavola o a Indicazione Geografica Tipica. Il risveglio della vitivinicoltura lucana è oggi affidato alle Cantine Sociali che hanno come conferitori migliaia di viticoltori che seguono scrupolosamente le indicazioni che vengono impartite dagli enologi/cantinieri. Le cantine sociali lavorano l’88% di tutte le uve Aglianico e commercializzano il 70% di tutto il vino DOC, che è pur sempre una minima parte ma in questi ultimi anni si tende a privilegiare la bottiglia, naturalmente a DOC e con ricerca anche di belle etichette. Grazie alla dinamicità di alcuni presidenti sono stati toccati mercati esteri interessanti che vanno dalla Germania, all’Inghilterra e agli Stati Uniti. La buona ristorazione locale, in mano a persone emigrate e ritornate al paese con idee innovative, stanno spingendo nelle loro “carte dei vini” i vini locali. Buon segno per il futuro dell’Aglianico e degli altri vini IGT Basilicata che hanno bisogno di rilancio a partire dalla zona di produzione. Le cantine sociali della zona del Vùlture fanno capo, comunque, in un modo o in un altro, alla Cantina Cooperativa Riforma Fondiaria

Situazione attuale

La situazione produttiva ha visto negli ultimi 15 anni un alternarsi di produzione che ha portato a conferme significative negli anni 1991 (15442 Hl), nel 1999 (17550 Hl) e nello scorso anno a 21028 Hl. La produzione più bassa si è avuta nel 1994 quando è scesa a ben 7720. I dati confermano la tendenza positiva di un comparto produttivo che da anni si affaccia con successo sui mercati nazionali e internazionali. E se da un lato si registra una leggera contrazione dall’altro il consumatore premia sempre più la qualità. E l’Aglianico, vitigno nobile del Sud, dichiarato a sproposito nel tempo il “Barolo del Sud” (ma perché Barolo del Sud!!!, Aglianico è, al limite, il greco Ellenico, il Taburno, il Falerno, è la storia a raccontarci che è un grande vino che è caldo di per sé senza bisogno di confronti con vini del Nord) è stato oggetto di “attenzioni” da parte dei “giornalisti” enoici della penisola che sinora lo avevano dimenticato. Se andiamo indietro di solo dieci/dodici anni, nelle guide, l’Aglianico dava i primi segni di vita con qualche segnalazione in Basilicata e nella zona dell’Irpinia. Il tanto parlare che si è fatto di vitigni autoctoni ha spostato l’interesse al Sud (vedi Sicilia con Nero d’Avola, Grillo, Inzolia, Nerello Mascalese, vedi Calabria con Gaglioppo e Mantonico, vedi Puglia con il Primitivo, ecc.) e quindi non poteva mancare l’Aglianico di cui Gino Veronelli ci lasciò tracce importanti nelle sue schede di Epoca.

Il suo successo data a partire dagli anni Cinquanta. Infatti si è assistito ad una radicale trasformazione del tessuto agricolo, conseguenza dell’intensa opera di riforma fondiaria realizzata dall’Ente di Riforma di Puglia, Basilicata e Molise, e dalla Cassa per il Mezzogiorno. Fino ad allora a causa dell’isolamento geografico della regione e del rilevante flusso migratorio in uscita, si erano conservati modelli di utilizzazione del territorio di antica origine post-feudale. L’opera di trasformazione, di bonifica e di estensione dell’irrigazione, avviata con la riforma fondiaria, ed intensificata dall’azione dell’Ente Regione, ha recuperato all’agricoltura aree di fondamentale importanza, modificando non solo l’organizzazione e gli indirizzi dell’agricoltura, ma la stessa distribuzione geografica delle produzioni. In particolare la viticoltura ha ripreso a vivere, ed oggi si raccolgono i frutti di quell’intelligenza contadina che ha voluto ed ha saputo salvaguardare un vitigno unico e spettacolare. In generale, la Basilicata, si discosta notevolmente dalle altre regioni meridionali dal punto di vista climatico ed il fattore responsabile è la particolare orografia della regione, con il clima che è determinato più dall’altitudine e dalle correnti d’aria che dalla latitudine. La temperatura media annua è compresa tra 16 e 17°C, quindi in piena media nazionale, ma minore alle altre regioni meridionali. La temperatura media minima del mese più freddo è di 2°C e quella del mese più caldo è di 31°C. La piovosità è molto variabile da zona a zona, soprattutto a causa del gioco delle correnti d’aria, ma in generale è piuttosto bassa, solo il 20% delle stazioni pluviometriche ha registrato nel cinquantennio 1920-1971 precipitazioni superiori ai 1000 mm/anno. La zona di Acerenza, ad esempio, presenta piovosità media annua di 617 mm. Le piogge sono molto scarse nel periodo estivo, ma la coltivazione è possibile anche senza irrigazione (per ora non ammessa per i vigneti a DOC e comunque spesso impossibile per la mancanza di bacini di raccolta dell’acqua) grazie alla presenza di acqua negli orizzonti profondi del terreno, facilmente esplorati dalle radici della vite, dove si accumula nei mesi invernali soprattutto quando questi sono ricchi di neve, cosa non rara in quest’ambiente. La radiazione solare è superiore alla media italiana, la radiazione globale al suolo è minima nel mese di dicembre. Gli impianti sono selezioni massali derivate dai migliori vigneti della zona. Ancora oggi è molto diffusa la pratica dell’innesto in campo. I portainnesti utilizzati sono diversi, cosa piuttosto normale visto che i terreni della zona non presentano particolari problemi. Il vitigno Aglianico presenta la caratteristica di maturare tardivamente, la raccolta inizia dal 10/15 ottobre e termina entro metà novembre. Le escursioni termiche tra la notte e il giorno (del periodo) permettono che le varie componenti dell’uva si armonizzano in modo ottimale tra loro.

(Per una visione generale sul vitigno Aglianico confronta CDB n. 6 di Giugno 2003 – pag. 93)

Gastronomia lucana: capolavori poveri da umili ingredienti.

La cucina povera della Basilicata sì è sempre espressa ai massimi livelli in famiglia. È in famiglia, infatti, che venivano preparati i pasti principali: colazione e cena. Per la prima, pane e, scarso, companatico. Diversa la seconda e del luogo dove consumarla: se in campagna, pane e 2 uova sode, sostituite da baccalà, o pecorino, o peperoni; se da fare a casa, al pane si accompagnava verdura lessa o peperoni (a volte cotti), o cipolla cruda. Per cena pasta o legumi, pasta e legumi- si apparecchiava in casa: il cibo era posto in un unico grande piatto da cui attingevano i membri della famiglia. Da un recipiente in legno a forma cilindrica, la fiaschetta, fornito di piccole cannule dal flusso regolato al minimo, il capofamiglia dispensava l’acquata, graspo stemperato nell’acqua. L’alimentazione lucana, non più povera, oggi si presenta ricca e variegata, avendo nel tempo accolto influenze campane e pugliesi. Ma la cucina tradizionale si è in buona parte conservata, mantenendo la genuinità degli ingredienti e la cultura del sapore. Due dati possono bastare per comprendere come l’agricoltura in Basilicata, più che in altre regioni italiane, costituisca un settore importante della vita economica e sociale della Regione. Risultato di una serie di profonde modificazioni sociali susseguitesi nel corso dei secoli, il quadro produttivo lucano ha oggi i suoi punti di forza nell’allevamento zootecnico (produzione di carni, latte e formaggi), nella cerealicoltura (coltivazione del frumento duro), nell’orticoltura e la frutticoltura (specie nel Metapontino), nella viticoltura e nella olivicoltura.

Tra i piatti più ricorrenti troviamo: il pane cotto, le lagane e ceci, i cavatelli con le cime di rape, le favette con la cicoria, i fusilli con la mollica, gli strascinati con lu ‘ntruppc, il baccalà con paparuolì cruschi, il baccalà a ciauredda (zuppa di baccalà), fagioli di Sarconi con le cotiche, l’agnello alla contadina, le costolette d’agnello alla brace di carbone, gli gnummurieddu (interiora di agnello cotte alla brace). Da non dimenticare i salumi (lucanica, salsiccia, soppressata, pezzente) e i formaggi, di certo i più importanti d’Italia (caciocavallo podolico, mozzarelle, scamorze, treccine, pecorino di Filiano, canestrato di Moliterno, cacioricotta, casieddu di Corleto Perticara, formaggio dei Zaccuni di Aliano, manteca di Pescopagano, il paddaccio di Viggianello). Anche le verdure sott’olio non sono da meno: melanzane, lampascioni, cipolline selvatiche, funghi, cicorie, bietole, cardi, peperoni. Un’occasione importante per conoscere questa regione e i suoi prodotti è la manifestazione “AGLIANICA WINE FESTIVAL” che ha avuto la sua prima uscita nel 1999. Coinvolge direttamente almeno dieci dei 15 comuni interessati al vino Aglianico DOC ed è possibile attraverso un percorso espositivo conoscere le realtà enogastronomiche suggerite anche attraverso gli Itinerari del Vino, suggeriti da VITE (Vino, Impresa, Turismo, Emigrazione). www.entearche.it e www.aglianica.it .

Venosa città di Orazio

Venosa, cittadina natale di Quinto Orazio Flacco, ex scrivano diventato poi poeta universale, vanta un ricco patrimonio archeologico, architettonico e monumentale di età paleolitica, romana e medioevale. Venosa, oggi, è città d’arte visitata per l’anfiteatro, le terme, l’Abbazia dell’Incompiuta, la chiesa della Trinità, la Cattedrale, il castello, le iscrizioni, le epigrafi e gli inserti marmorei di cui è straordinariamente ricco tutto il centro storico. Del suo poeta Orazio, le parole di un avvocato giurista, Alfredo De Marsico, sanciscono la sua consacrazione: ” ….nessuno, o Lucani, potrà dirvi mai chi fu Orazio, ma solo che cosa è Orazio per Voi. Spirito legato alla sua epoca come l’aquila alla vetta – per prendere il volo – egli è per tutti i lucani l’anello più prezioso e più saldo che stringe la Lucania al mondo…..espressione immortale della vostra tempra, pura come le vostre montagne, pensosa come il volto delle vostre solitudini, gagliarda come le vostre foreste, mite e sognante come il chiarore dei crepuscoli sulle vostre fiumare ribelli…”. Un poeta quindi che trasmigra l’espressione dell’ethos lucano, che viene sublimato nella sua poesia, riflesso nelle immagini del paesaggio o proiettato nella condizione esistenziale dei suoi abitanti. Leggere oggi Orazio con il suo “sistema di vita rovesciato” (cogliere i grandi valori nelle piccole cose) smaschera le illusioni effimere della vita quotidiana, le illusioni e le vanità dell’agire umano. Solo evitando gli eccessi, vivendo contenti del poco, negando le ambizioni e le passioni, l’uomo potrà cogliere il “carpe diem” (godi la vita senza affanni) tralasciando la consapevolezza dei sogni che svaniscono rapidamente. Cogliere “l’attimo fuggente” è saper vivere in armonia con se stessi e con gli altri, saper gestire il proprio tempo libero, senza condizionamenti, rivalutando le piccole cose.

(Per una visione nuova su questa zona e sul vitigno Aglianico con le sue problematiche suggerisco la lettura di un recentissimo volume: Aglianico del Vùlture – Storia di Vite – di Donato Rondinella e Luciana Carbone – Grafiche Zaccara di Lagonegro – ndr).

BOX

Nuovi orientamenti per l’Aglianico nella Comunità Montana Alto Bradano

Abbiamo visto come l’Aglianico è divenuto DOC nel 1971 e il disciplinare è stato aggiornato nel 1987. Ora si sta lavorando per ottenere la DOCG. Ma in tutti questi anni, con quindici comuni interessati, qualcosa si sta muovendo per modificare o quanto meno cercare di evidenziare che sarebbe un errore continuare a mantenere una DOC o creare una nuova DOCG con le stesse terre e con gli stessi indirizzi. In particolare, fanno notare dalla Comunità Alto Bradano, dove fanno capo cinque comuni interessati alla DOC Aglianico del Vùlture: Acerenza, Banzi, Forenza, Genzano di Lucania e Palazzo San Gervasio, che qui ci troviamo di fronte a terreni che niente o poco hanno a che fare con la “mineralità” del Vùlture e che qui le uve crescono su terreni più morbidi, più calcarei, più argillosi, meno ricchi di sostanze minerali che fanno parte di quella fossa bradanica, dalla fascia collinare formata da marne e conglomerati che danno pertanto anche uve diverse che producono vini più fini, più eleganti, più fruttati, più pronti, più beverini pur conservando il corpo e la struttura che solo il vitigno Aglianico è in grado di apportare.

In due anni ben due incontri che sono stati organizzati uno ad Acerenza nell’ottobre del 2002 ed un ultimo lo scorso 1° agosto a Banzi. La manifestazione con il titolo accattivante: “Aglianico: il gusto del bere; Aglianico: il piacere del bere” – alla presenza del Dott. Donato Paolo Salvatore, assessore all’Agricoltura e allo Sviluppo Rurale della Regione Basilicata, Nicola Vertone, sindaco di Banzi, Giuseppe Ciranna, presidente della Comunità Montana Alto Bradano, Franco Perillo, presidente Sviluppo Alto Bradano, Donato Lamiranda, direttore della Cantina Basilium, Antonio Di Palma, vice presidente Consorzio di Tutela Aglianico del Vùlture, e Sabino Altobello, presidente della Provincia di Potenza, – sono state analizzate le prospettive per aspirare ad avere in futuro una DOC Aglianico Alto Bradano per questo territorio che oggi si mette in discussione. A capo di questa operazione c’è anche una buona dose di lavoro della Cantina Basilium, che risulta essere ad oggi la più grande azienda vitivinicola della Basilicata con l’80% del vino esportato in diversi Paesi del mondo. Un ruolo quello della cantina importante per fare uscire anche allo scoperto questa zona, questo territorio, che risulta in questo momento “soffocato” dalla denominazione Vùlture, che attira su di sé tutta l’attenzione del comparto vino, che per una piccola regione come la Basilicata risulta oggi trainante.

Beninteso, fanno notare gli interessati al progetto definito “Modello Viticolo”, che con questo, non si vuole creare una DOC nella DOC ma avere una denominazione specifica propria che possa gratificare un’altra zona che possiede elementi diversi dalla zona vulcanica del Vùlture. In una zona più ristretta si potrebbe lavorare meglio al fine di poter gratificare ancora di più i contadini con un programma pluriennale di valorizzazione dell’Aglianico dell’alto Bradano attraverso anche un miglioramento della coltura strettamente finalizzato alla tutela del reddito dei viticoltori associati presenti nell’area. Si sa che la qualità del vino dipende dalla materia prima e dall’insieme delle operazioni necessarie per la trasformazione di questa in vino. Obiettivo principale del progetto sarebbe di riferimento una vitivinicoltura di qualità nel comprensorio dell’Alto Bradano. Il progetto si innesta su un processo di rinnovamento della viticoltura lucana già peraltro in atta e soprattutto si inserisce in una felice stagione di rinnovato interesse da parte del consumatore nazionale verso i vitigni autoctoni di pregio, quali l’Aglianico. Tale processo, come dicevamo, vede impegnata in prima fila la Cantina Basilium, che riveste un ruolo strategico nella zona che si esplica proprio nell’attività di indirizzo e orientamento del rinnovamento della vitivinicoltura locale. Un progetto fondamentale che non riveste solo un aspetto economico ma anche e soprattutto culturale e promozionale del territorio della zona, che comunque coinvolgerebbe tutti i settori della filiera di produzione, dalla viticoltura all’enologia, al marketing, al rapporto socio-cantina, ecc. Obiettivi così impegnativi presuppongono alcuni passi successivi dalla fase progettuale verso una proposta organica di un modello di riferimento a forte livello anche di meccanizzazione e medio-basso costo di esercizio. Dalle parole di Altobello, la conclusione: “Bisogna essere onesti con se stessi. Si nasce piccoli e si è cresciuti, anche forse scimmiottando un pò le tendenze. Ora l’unicità di questo vino può uscire allo scoperto. Le azioni da intraprendere fatte con l’indirizzo unico della qualità assoluta. E’ il vino dei grandi poeti, e come loro hanno salvato una terra, qui bisogna far vivere un territorio”. Erano presenti ben 13 cantine con i loro vini a dimostrazione che non c’è conflitto di interessi su quanto si sta costruendo. La zona comunque merita e va vista. Attraversando le colline e le montagnole ti colpisce la macchia, le ginestre che si alternano alle coltivazioni di olivi e di viti. Paesi di calce e di pietra che fuggono verso la valle in cerca di periferie più agevoli lasciando in alto cattedrali nornamme di indicibile bellezza.

Servizio a cura di Rocco Lettieri x Civiltà del Bere
Già pubblicato sul numero di Ottobre 2004

Tutti i diritti sono riservati.