Il passito di Donnafugata raggiunge l'eccellenza


Anche quest’anno il Ben Ryé Passito di Pantelleria, icona di Donnafugata, fa incetta di premi e si colloca al vertice dei vini dolci italiani: è questo il responso delle principali Guide edizioni 2018 che recensiscono i vini del Belpaese.


Il “Figlio del vento” ha infatti raccolto 8 riconoscimenti di eccellenza mettendo d’accordo i critici i cui giudizi vengono presentati come da tradizione in questo periodo dell’anno. Al Ben Ryé annata 2015 sono andati i Tre Bicchieri di Vini d’Italia del Gambero Rosso, le Super Tre Stelle Blu de I Vini di Veronelli, i Cinque Grappoli di Bibenda, le Quattro Viti di Vitae dell’Associazione Italiana Sommelier, la Corona di Vini Buoni d’Italia del Touring Club.


Inoltre Ben Ryé è nella Top 100 de L’Espresso tra i “Vini da comprare”, Vino Slow per Slow Wine di Slow Food e Miglior Vino Dolce Italiano per Luca Maroni che gli ha tributato un sonoro 99/100.
Testimonial d’eccezione della viticoltura eroica di Pantelleria – con la sua coltivazione ad alberello patrimonio Unesco, le vigne centenarie, i terrazzamenti e i muretti a secco – da anni il Ben Ryé è tra i più apprezzati vini dolci anche secondo la critica internazionale.


Proprio quest’anno il Decanter World Wine Awards ha attribuito il Platino al Ben Ryé 2014, un’annata da 95/100 per Wine Advocate di Robert Parker che a questo vino ha pure dedicato una memorabile verticale di tutte le annate prodotte, celebrandone il ruolo di vino dolce tra i più apprezzati nel mondo.


 

La lunga storia del Ben Ryè

Per capire un così ampio successo, crediamo, occorre intraprendere un percorso a ritroso. Seguire un ideale “filo di Arianna” che lega l’uva della cruda terra pantesca  e alla prorompente sensualità del Ben Ryé, con le selvagge e dure caratteristiche ambientali e climatiche dell’isola di Pantelleria. Infatti, solo condizioni così estreme, riteniamo, possono generare frutti così “esasperati” nel regalare emozioni a chi li sperimenta e a chi li degusta.



La raccolta, che avviene già ai primi di agosto è selettiva e riguarda solo quei grappoli che sulla pianta sono maturi. Gli stessi grappoli vengono puliti attraverso un’accurata cernita manuale e quindi le uve vengono adagiate su graticci appositi realizzati con canne locali che stesi per terra, sono esposti al sole ed al vento dell’isola. Per effetto del sole e del vento, nell’arco di 20-30 giorni, l’uva suda, si disidrata, appassisce gradualmente e perde di peso.







L’appassimento naturale innesca reazioni enzimatiche capaci di produrre gli aromi tipici dell’uva passa oltre ad una grande ricchezza di altri profumi. Inoltre, e qui sta il segreto di un grande passito, queste operazioni danno luogo ad una equilibrata concentrazione di acidi e di zuccheri. Al mosto dell’uva raccolta tardivamente, senza appassimento su graticci, quando ancora tutto è in fermentazione, si aggiunge gradualmente a più riprese l’uva passa.






Alla fine della fermentazione, che si protrae per circa due mesi, il Ben Ryé è un vino dolce naturale con il 14,5 % di alcool e 160-180 grammi litro di zuccheri. In degustazione, accostando il calice alle narici siamo inondati da una folle intensità di sensazioni. Innumerevoli, variegate, l’una con l’altra giocosamente a rincorrersi e ad avvicendarsi.


Il sentore primario richiama l’albicocca piccolina secca. E poi un effluvio di altri profumi dai datteri ai fichi secchi, dal cedro candito alla rosa appassita, dall’uvetta sultanina al  miele di corbezzolo. Porgendo il bicchiere sulle labbra e sorseggiando una piccola quantità di Ben Ryé, la piacevolezza, l’opulenza, la suadenza del nettare, ampiamente preannunciate dal prorompente bouquet, vanno oltre ogni previsione.



Il corpo e gli estratti sono smisurati. Grasso è il tatto. Fresco, morbido ed armonico, nel bilanciare mirabilmente una grande dolcezza con una giusta acidità, il gusto. Assai persistenti sono le sensazioni che si avvertono, tanto impregnano le papille gustative. In più, oltre a tutte le impetuose sensazioni palatali, vengono riproposti, ancora più intensi, tutti i richiami che si erano colti al naso.



Spiegare tanta esuberanza e abbastanza facile se si pensa che occorrono 3,5 kg. di uva per produrre un litro di passito di Pantelleria, che ogni pianta produce meno di due kg d’uva, che l’età media del vigneto è di 40 anni, che il terreno è vulcanico, sciolto e ricco di minerali: tutto ciò potrebbe benissimo essere (tecnicamente) sufficiente per comprendere le ragioni di un vino così polputo. Figurati poi il vignaiolo che, ogni giorno, rivolta gli acini e ne controlla la sanità.


Considera la pazienza e la pervicàcia che deve avere il contadino (angelo matto di Veronelliana memoria) per allevare l’alberello, quasi completamente interrato all’interno di una conca che lo difende dall’incessante vento e dal violento sole. L’alta ristorazione ha scoperto, predilige e finalmente offre il Ben Ryé a fine pasto per le sue doti di finezza dovuta al grande equilibrio tra zuccheri e acidi.


La grande quantità di zuccheri residui è infatti bilanciata da una buona acidità e ciò evita che questo passito risulti stucchevole. E’ solo facendo propri questi pensieri, “sentendoli”, riflettendoci sopra che si potrà capire pienamente la vera dimensione del Ben Ryé ed il reale senso della sua grandezza.


E quindi – va da sé – la superiore considerazione di cui gode ed i premi che ha via via conquistato. Il suo essere annoverato – in definitiva – fra i migliori vini da dessert del mondo. Un segreto, dunque, la cui spiegazione va oltre la scienza e la tecnica, l’agronomia e l’enologia, per sostanziarsi in una trascendente e simbiotica fusione fra natura, vino e colui che vi si accosta.

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A cura di Rocco Lettieri