Elena Fucci – Degustazione di Titolo e Sceg

Azienda Agricola Elena Fucci

Degustazione di Titolo 2017 e Sceg 2018

La Elena Fucci è un’azienda che vanta più di venti anni; fu creata da Salvatore Fucci, da terreni ereditati dal nonno Generoso che acquistò questa proprietà negli anni 1975. Salvatore decise di sposarsi alla viticoltura negli anni 2000, continuando ad allevare quelle viti di Aglianico del Vùlture, unico vitigno presente nei suoi vigneti distribuiti nel comune di Barile. Conscio che almeno una delle due figlie stava per laurearsi come enologa all’Università di Pisa, ha cominciato ad imbottigliare quel vino di casa pensando a Lei, Elena.

I terreni erano appezzamenti di rara bellezza, splendidamente esposti a Sud Est e situati in Contrada Solagna (basta la parola – al sole), nel cuore della denominazione dell’Aglianico del Vùlture. Il Monte Vùlture,  antico vulcano inattivo, è composto da suoli di matrice lavica con forti escursioni termiche. In questo scenario, Elena Fucci, con l’allora enologo Sergio Paternoster, nel 2004 danno vita al primo vino etichettato come “Titolo”, un unico rosso legato alle basse rese dei vigneti. La scelta di un unico vino, secondo loro, per riuscire a rappresentare la territorialità del terreno vulcanico e minerale del Vùlture, un territorio che offre a questo vitigno un habitat d’eccezione. Non posso fare altro, da buon Lucano, che confermare quanto è spettacolare questa zona ricca di querce, castelli, pascoli, paeselli (15 sono quelli dove si può produrre Aglianico DOC) con quiete silente descritta anche dal poeta venusino Orazio.

TITOLO si fece subito notare tra dai nascenti wine lovers e dagli addetti ai lavori che lo elogiarono per finezza, potenza, eleganza e suadenza. Un Aglianico che nel tempo ha saputo esaltare la tipicità di una regione che di vino può competere con i grandi del Piemonte e i grandi della Borgogna. Non per niente qualcuno si sta cimentando in queste terre con il vitigno Pinot Nero con grande successo. Diamo tempo al tempo.

Ho potuto avere da degustare una bottiglia del nuovo prodotto: TITOLO AGLIANICO DEL VULTURE 2017 DOC BY AMPHORA (14°C – solo 933 bottiglie prodotte), e sono letteralmente saltato sulla sedia dall’emozione ed ho letto nella contro etichetta il perché: “La nostra voglia (di Elena ed Andrea, suo marito, n.d.r) di provare e scoprire nuove declinazioni del nostro Cru TITOLO, ci hanno portato a sperimentare una speciale anfora di terracotta di toscana a forma di uovo da 700 litri. Vinificazione e affinamento in questo speciale contenitore consentono di ritrovare ancora di più la naturalità e l’integrità dei sentori e delle caratteristiche di una delle uve più importanti d’Italia. Mineralità e speziature si esaltano nuovamente in un millesimo eccezionale per la vitivinicoltura italiana”.

In effetti è un vino spaziale, prodotto da uve accuratamente selezionate, si affina per 18 mesi in anfore di terracotta non trattate e riposa, poi, per ulteriori 6 mesi prima di essere immesso sul mercato (circa 60/65 euro). Ha colore rosso rubino con riflessi granata, unghia bianca ben staccata e archetti incredibilmente stretti che fanno fatica a scendere lungo le pareti del bicchiere. Al naso ha sentori di amarena, di frutta piccola di bosco, di gelso e di ribes rosso, di confettura di mora, freschezza e balsamicità di foglie di alloro. Si possono cogliere al secondo naso note speziate di pepe bianco, anice stellato e cenni di tabacco da pipa. Al palato è caldo, rotondo, di buona struttura,  sapidità calibrata e con tannini levigati ed avvolgenti; il finale è persistente, con innata personalità grazie alla mineralità che ne allunga il sorso nel retrogola. Vino da dimenticare in cantina per almeno ancora 10 anni, ma è possibile gustarlo già da adesso da solo, senza accompagnamento alcuno, quasi come vino da meditazione pensando a Quinto Orazio Flacco che già nel 65 a.C. scriveva: “Tu non domandare e non tentare gli oroscopi di Babilonia… sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: carpe diem, fidandoti il meno possibile del domani”.

Ma prima ancora del Titolo 2017, ho dovuto per ordine di annata assaggiare un altro vino, di cui non conoscevo neanche l’esistenza: SCEG Aglianico del Vùlture DOC 2018 (13,5°C – 7.000 bottiglie, non filtrato). Vino che nasce come secondo vino della Casa, dopo ben 15 anni di Titolo che, da solo, ne ha tracciato la storia della Elena Fucci. Un vino che va spiegato già a partire dal nome, parola albanese che indica il frutto del melograno, simbolo di fortuna e di speranza sin dall’antichità. Qui nella zona della DOC Aglianico molti paesi hanno la popolazione di origine albanese, abitanti che circa circa 500 anni fa sono fuggiti per l’invasione turca  nei secoli il loro sangue si è mischiato ai lucani, e alcune caratteristiche sono rimaste, soprattutto nella lingua, nel vestirsi  e nelle usanze.

 

Dicevamo di SCEG, un Aglianico del Vùlture che ha cambiato la rotta e ha invertito la rotta rendendo il grande e possente rosso lucano più fresco, più floreale, più fruttato, senza speziature vanigliate o pepate, con gustosi tannini e retrogola pur minerale ma non cioccolatoso.  Dunque un Aglianico di nuova concezione che va incontro alle nuove aspettative dei giovani wine lovers e wine writers di questo terzo millenio.

Elena nel 2016 ha selezionato quattro particelle confinanti con quelle dove si raccolgono le per il Titolo, per un totale di un ettaro e mezzo con 5000 viti piantate alla fine degli anni 40, quindi più giovani di quelle viti che ora hanno circa 70 anni. Corte macerazioni, passaggio in tonneaux da 550 litri per 12/15 mesi; altri 8/10 mesi in bottiglia e dopo due anni ecco in commercio CHEG 2018 con un prezzo al consumatore pari alla metà del costo di Titolo. L’allevamento segue le direttive del biologico ma è troppo presto per scriverlo in etichetta. Un progetto per tenere in vita la fatica dei numerosi contadini anziani che ancora oggi sostengono la vitivinicoltura dell’Aglianico.

Sceg si presenta di colore rosso rubino intenso. Il naso coglie da subito il floreale della rosa e dell’iris a cui fanno seguito note fruttate di amarena, gelso rosso, ribes e succo di melagrana con finale balsamico di eucalipto. In bocca è fresco, ampio, sapido, carnoso, con tannini cremosi ma ancora giovani e graffianti con finale equilibrato e persistente su sfumature minerali e leggero fumée dei nuovi legni. Non manca una nota di pepe bianco macinato fresco. Un vino ideale a tutto pasto che si sposa ai piatti tipici della cucina “nostrana lucana” a base di primi piatti con sugo di pezzente, baccalà in umido con peperoni  cruschi, gli gnummurieddu (interiora di agnello cotte alla brace), carni arrostite (agnello, maiale) e da provare sui formaggi di media stagionatura di cui è ricca la regione Basilicata a partire dal favoloso Caciocavallo Podolico al Canestrato di Moliterno e al Pecorino di Filiano.  

 

AZIENDA AGRICOLA ELENA FUCCI
CONTRADA SOLAGNA DEL TITOLO
85022 BARILE (POTENZA) – BASILICATA

Cell +39 3204879945
info@elenafuccivini.com

www.elenafuccivini.com

 

Notizie sulla Basilicata

L’Aglianico del Vùlture DOC

Tre elementi naturali in perfetta sintonia danno origine in modo unico ed armonico ai vini della Basilicata: la terra vulcanica e fertile del Vùlture, la prolungata esposizione al sole caldo del Sud e l’aria incontaminata delle colline lucane lontane da insediamenti industriali. Oggi come ieri la mano dell’uomo guida tali elementi per continuare con successo la coltura della vite secondo le antiche tradizioni. Questa è la patria dell’Aglianico del Vùlture, vitigno pregiato fin dai tempi della Magna Grecia.

Io lo conosco

questo fruscio di canneti

sui declivi aridi

contesi dalla frana

e queste rocce magre

dove i venti e le nebbie

danno convegno ai silenzi

che gravano a sera

sul passo stanco dei muli.

È poca l’acqua che scorre

e le vallate son secche,

spaccate d’argilla.

Di qui le mandrie migrano

con l’autunno avanzato,

per la piana della marina

tuffando i passi nelle paludi.

…Da noi il mondo è lontano

ma c’è un odore

di terra e di gaggìa

e il pane ha il sapore del grano. (Mario Trufelli).

 

Vini della Basilicata

La Basilicata si estende su una superficie di 9.992 km2, incastonata tra Campania, Puglia, Calabria, Mar Tirreno e Mar Ionio, con un territorio quasi interamente montuoso e collinare. La tradizione vitivinicola lucana ha origini molto antiche, che risalgono ai tempi dell’Antica Grecia. La produzione della regione è piuttosto limitata e conta 4 DOC, una DOCG e una IGT.

Il vitigno principe è l’Aglianico, grande uva a bacca rossa dell’Italia Meridionale, non propriamente autoctona ma che può quasi essere considerata tale, visti gli importanti risultati che raggiunge in questo territorio. Abbastanza diffusi anche i vitigni internazionali, in particolare cabernet sauvignon e merlot e sta spuntando qualche Pinot Nero.

Zone di produzione dei vini della Basilicata

La zona di maggior rilievo è quella del Vùlture, a nord di Potenza, vicino a Melfi. L’antico vulcano del Pleistocene, oggi spento, ha conferito al suolo le caratteristiche che danno ai vini del Vùlture la loro impronta inconfondibile. Qui si trova la DOC Aglianico del Vùlture e l’unica DOCG della regione, l’Aglianico del Vulture Superiore.

Le altre tre DOC sono Grottino di Roccanova DOC, Matera DOC e Terre dell’Alta Val d’Agri DOC, riconosciuta nel 2003 e in cui prevalgono i vitigni internazionali: grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche di quest’area che si estende tra i comuni di Moliterno e Tramutola, i risultati ottenuti negli ultimi anni sono stati decisamente convincenti.

Venosa città di Orazio

Venosa, cittadina natale di Quinto Orazio Flacco, ex scrivano diventato poi poeta universale, vanta un ricco patrimonio archeologico, architettonico e monumentale di età paleolitica, romana e medioevale. Venosa, oggi, è città d’arte visitata per l’anfiteatro, le terme, l’Abbazia dell’Incompiuta, la chiesa della Trinità, la Cattedrale, il castello, le iscrizioni, le epigrafi e gli inserti marmorei di cui è straordinariamente ricco tutto il centro storico. Del suo poeta Orazio, le parole di un avvocato giurista, Alfredo De Marsico, sanciscono la sua consacrazione:

“ …nessuno, o Lucani, potrà dirvi mai chi fu Orazio, ma solo che cosa è Orazio per Voi. Spirito legato alla sua epoca come l’aquila alla vetta – per prendere il volo – egli è per tutti i lucani l’anello più prezioso e più saldo che stringe la Lucania al mondo…..espressione immortale della vostra tempra, pura come le vostre montagne, pensosa come il volto delle vostre solitudini, gagliarda come le vostre foreste, mite e sognante come il chiarore dei crepuscoli sulle vostre fiumare ribelli…”.

Un poeta quindi che trasmigra l’espressione dell’ethos lucano, che viene sublimato nella sua poesia, riflesso nelle immagini del paesaggio o proiettato nella condizione esistenziale dei suoi abitanti. Leggere oggi Orazio con il suo “sistema di vita rovesciato” (cogliere i grandi valori nelle piccole cose) smaschera le illusioni effimere della vita quotidiana, le illusioni e le vanità dell’agire umano. Solo evitando gli eccessi, vivendo contenti del poco, negando le ambizioni e le passioni, l’uomo potrà cogliere il “carpe diem” (godi la vita senza affanni) tralasciando la consapevolezza dei sogni che svaniscono rapidamente. Cogliere “l’attimo fuggente” è saper vivere in armonia con se stessi e con gli altri, saper gestire il proprio tempo libero, senza condizionamenti, rivalutando le piccole cose. Concediamoci un viaggio a Venosa all’insegna di Orazio con la consapevolezza che la città potrà offrirci un rilevante patrimonio civile, storico e culturale come valore e forza di un popolo che ha lottato per poter affermarsi.

Gastronomia lucana: capolavori poveri da umili ingredienti.

La cucina povera della Basilicata sì è sempre espressa ai massimi livelli in famiglia. È in famiglia, infatti, che venivano preparati i pasti principali: colazione e cena. Per la prima, pane e, scarso, companatico. Diversa la seconda e del luogo dove consumarla: se in campagna, pane e 2 uova sode, sostituite da baccalà, o pecorino, o peperoni; se da fare a casa, al pane si accompagnava verdura lessa o peperoni (a volte cotti), o cipolla cruda. Per cena pasta o legumi, pasta e legumi – si apparecchiava in casa: il cibo era posto in un unico grande piatto da cui attingevano i membri della famiglia. Da un recipiente in legno a forma cilindrica, la fiaschetta, fornito di piccole cannule dal flusso regolato al minimo, il capofamiglia dispensava l’acquata, graspo stemperato nell’acqua.

L’alimentazione lucana, non più povera, oggi si presenta ricca e variegata, avendo nel tempo accolto influenze campane e pugliesi. Ma la cucina tradizionale si è in buona parte conservata, mantenendo la genuinità degli ingredienti e la cultura del sapore. Due dati possono bastare per comprendere come l’agricoltura in Basilicata, più che in altre regioni italiane, costituisca un settore importante della vita economica e sociale della Regione. Risultato di una serie di profonde modificazioni sociali susseguitesi nel corso dei secoli, il quadro produttivo lucano ha oggi i suoi  punti di forza nell’allevamento zootecnico (produzione di carni, latte e formaggi), nella cerealicoltura (coltivazione del frumento duro), nell’orticoltura e la frutticoltura (specie nel Metapontino), nella viticoltura e nella olivicoltura.

Tra i piatti più ricorrenti troviamo: il pancotto, le lagane e ceci, i cavatelli con le cime di rape, le favette con la cicoria, i fusilli con la mollica, gli strascinati con lu ‘ntruppc, il baccalà con  paparuolì cruschi, il baccalà a ciauredda (zuppa di baccalà), fagioli di Sarconi con le cotiche, l’agnello alla contadina, le costolette d’agnello alla brace di carbone, gli gnummurieddu (interiora di agnello cotte alla brace). Da non dimenticare i salumi (lucanica, salsiccia, soppressata, pezzente) e i formaggi, di certo i più importanti d’Italia (caciocavallo podolico, mozzarelle, scamorze, treccine, pecorino di Filiano, canestrato di Moliterno, cacioricotta, casieddu di Corleto Perticara, formaggio dei Zaccuni di Aliano, manteca di Pescopagano, il paddaccio di Viggianello). Anche le verdure sott’olio non sono da meno: melanzane, lampascioni, cipolline selvatiche, funghi, cicorie, bietole, cardi, peperoni.

Un’occasione importante per conoscere questa regione e i suoi prodotti è la manifestazione “AGLIANICA WINE FESTIVAL” che ha avuto la sua prima uscita nel 1999. Coinvolge direttamente almeno dieci dei 15 comuni interessati al vino Aglianico DOC ed è possibile attraverso un percorso espositivo conoscere le realtà enogastronomiche suggerite anche attraverso gli Itinerari del Vino, suggeriti da VITE (Vino, Impresa, Turismo, Emigrazione).   www.aglianica.it

 

A cura di Rocco Lettieri