Anteprima di Vernaccia di San Gimignano DOCG 2011

“L’inattesa liaison la Vernaccia di San Gimignano incontra i bianchi di Calce”

Nelle giornate amorose di San Valentino (14 e 15 Febbraio scorsi) la Sala Dante della bellissima cittadina di San Gimignano ha accolto l’Anteprima della Vernaccia, degustazione riservata alla stampa e il Museo di Arte Moderna e Contemporanea De Grada ha messo invece a disposizione gli spazi per la degustazione libera con i produttori e una sala riservata, con servizio di sommeliers, per i soli giornalisti. Una prima novità l’abbiamo avuta nella regìa e conduzione della degustazione che è stata condotta a “quattro mani”, da Antonio Boco e da Paolo De Cristofaro, entrambi giornalisti del Gambero Rosso, il primo anche curatore de I Quaderni di Winenews, il secondo autore televisivo.

L’innamoramento del vino ospite che ha “sposato” la Vernaccia di San Gimignano è caduta su un territorio niente affatto scontato e ancora poco conosciuto in Italia, nonostante vanti una vocazione molto antica, in forte ascesa secondo la critica enologica d’oltralpe: il villaggio di Calce, una sorta di paradiso vitivinicolo naturale situato tra il Mediterraneo ed i Pirenei, uno dei terroir più importanti del Roussillon, nel sud della Francia, addirittura più a sud della stessa San Gimignano. I vini bianchi di Calce sono Vin de Pays des Cotes Catalanes, prodotti con uve Grenache e Maccabeu, che hanno rivelato inaspettate concordanze con la Vernaccia di San Gimignano. Da qui il titolo “L’inattesa liaison: la Vernaccia di San Gimignano incontra i bianchi di Calce” di questa edizione: come la Vernaccia di San Gimignano, i vini di Calce hanno radici antiche ma solo di recente si stanno affermando ad altissimi livelli grazie all´opera di aziende illuminate, tanto che in Francia si parla di un vero e proprio fenomeno. Addirittura della nascita di un nuovo, grande cru. Calce è un minuscolo villaggio, nemmeno duecento anime con un pugno di case poste al culmine di salita dei Pirenei Orientali raggiunto da un’unica tortuosa strada, la D18, distante poco più di duecento chilometri da Barcellona, molti meno dal “capoluogo” Perpignan. Un panorama variegato, rigoglioso nel fondovalle, quasi lunare alla sommità per lunga siccità, in cui quasi si nascondono e si confondono, le “viti” di Grenache bianca e grigia e di Maccabeu, alberelli a globet sparsi e riparati in cavità naturali o da muretti a secco dai venti di Scirocco e di Tramontana. Poco più di 400 ettari coltivati su territorio calcareo e scistoso, poveri di argilla, ad altitudini comprese tra i 250 metri e i 600 slm. Il clima diversificato e unico e la ricchezza minerale del sottosuolo sono le ricchezze di questo territorio, che per la loro esclusività permettono di operare con una agricoltura ecologica, rispettosa dell’ambiente e senza uso di nessun prodotto chimico. Alcuni produttori hanno iniziato a lavorare anche in biodinamico.

La degustazione:

La precedenza giustamente agli ospiti francesi con il VDP Cotes Catalanes Horizon Blanc 2008 prodotto da Thomas Theibert dell’azienda Domaine de l’Horizon, un vignaiolo di origini tedesche che ha lavorato in Alto Adige da Manincor prima di trasferirsi a Calce nel 2004 e lavorando in biodinamico. Seconda sua annata di produzione, il 2008, a base di grenache e di maccabeu si è presentato giallo dorato, lucido e brillante; naso floreale, agrumato e speziato; una bocca estremamente sapida, salata, acidula con salmastro evidente e erbe aromatiche; una spalla non prorompente ma di grande mineralità.

Secondo vino il VDP Cotes Catalanes Matassa Blanc 2007 di Tom Lubble, proprietario del Domaine Matassa, nativo del Sud Africa, cresciuto in Nuova Zelanda che arriva a Calce per uno stage nell’azienda di Gérard Gauby. Non va più via. Dal 2002 in collaborazione con Nathalie Lubbe e Sam Harrop, lavorano 15 ettari tutti coltivati biodinamicamente su suoli di scisti e marne grigie. Un vino il suo con netti sentori minerali, di idrocarburi che sovrastano le noti pur floreali e fruttate di ananas e mela verde; ottima la sapidità con finale quasi gessoso e in parte untuoso.

Due annate per il Domaine Olivier Pithon, originario della Loira, che ha saputo valorizzare i vecchi e nuovi impianti dei suoi 15 ettari vitati, grazie a una coltivazione biodinamica, aiutandosi addirittura con i cavalli per i lavori in vigna. I due vini bianchi presentati con solo uva grenache (bianca e grigia) si caratterizzano per complessità olfattiva e per grande mineralità. Il VDP Cotes Catalanes La D 18, del 2008 è giallo oro lucido e brillante; naso fruttato di mela renetta, erbe aromatiche (salvia e macchia mediterranea), balsamico. Bocca secca, asciutta, equilibrio acido/sapido con leggera astringenza. Finale di agrumi e lichi. La versione 2005 ha naso più pesante di mela cotogna, mandorla, pesca gialla matura; in bocca ha più untuosità, quasi burroso e grasso con lunga permanenza anche nel retrogusto. Finale di foglia di tabacco affumicato.

Ultimi due vini del Domaine Gérard Gauby, 40 ettari, aiutato nella gestione delle vigne dal figlio Lionel e dalla moglie Ghislaine. Dal 1985 ha scommesso sulle potenzialità di questo territorio lavorando in biodinamico, con un grande concetto: “La cosa più importante è rispettare la vita e l’equilibrio dei suoli: in una zona siccitosa come la nostra, è l’unico modo per permettere una giusta maturazione fenolica mantenendo gradazioni alcoliche moderate”. Il suo VDP Cotes Catalanes Coume Ginestre 2008 è tutta un’espressione fruttata, aromatica, fine ed elegante. In bocca è agrumato, pesca bianca, salinità e mineralità in netto equilibrio che si allungano sino nel retro gola. La vendemmia 2002 presentata presentava un giallo dorato quasi ossidato; al naso si avvertiva un sentore di resina e un mielato stranamente diodato; in bocca c’era ancora tanta armonia, quasi un borgognone con frutta candita di panettone, minerale e balsamico. Un libro aperto che non ha accenni di evoluzione con grande personalità. Una bella esperienza.

La batteria della Vernaccia di San Gimignano DOCG vedeva in successione:

* Tenuta Le Calcinaie, Vernaccia 2009 di Simone Santini; colore verde paglierino; profumi gialli di ginestra e vegetali di limoni che si alternano a frutta gialla; bocca sapida, un po’ corto, giocato tutto sulla freschezza acidula.

* Mattia Barzaghi; Impronta 2008; colore paglierino con riflessi verdi. Naso fresco, fine ed elegante con ricordi di agrumi e frutta tropicale; bocca ancora aggressiva, spalla acidula, di buon corpo e bell’armonia con punta aromatiche di pomodoro verde.

* La Lastra; Vernaccia Riserva 2008; colore verdognolo, lucido e brillante. Naso intenso, profondo, con note vanigliate di buon legno. Bocca calda, rotonda, di bella sapidità e buon equilibrio. Finale lungo e di bella persistenza minerale.

* Cesani; Sanice 2007; giallo oro lucido intenso; naso complesso e ricco di sentori decisi (anice stellato, fiori di camomilla, pesca gialla matura) e balsamico; bocca equilibrata, cremosa, calda e sapida con finale vanigliato lungo e persistente di whisky fenolico.

* La Castellaccia; Vernaccia 2006; colore giallo verdognolo; naso fine ed elegante, agrumato con sentori di salvia; bocca salina, salmastra, acidula, armonica. Media la lunghezza finale.

* Panizzi; Vernaccia Riserva 2001; a parlarci è Paolo Lorenzi in ricordo di Giovanni Panizzi; colore giallo verdognolo lucido e brillante; al naso ha impatto minerale, complessità spaziale nei sentori di macchia mediterranea (ginestra e erica selvatica) con finale di nocciole tostate; bocca di impatto secco, armonico e burroso, grasso, profondo per struttura e balsamicità di liquirizia e anice stellato. Lunga la permanenza in bocca e fermezza decisa sulla mineralità che ne prolunga il desiderio di bere. Un grande vino.

Degustazione alla presenza dei produttori:

65 i campioni proposti. 49 le Vernaccia della vendemmia 2010. 9 le Vernaccia del 2009. La rimanenza del 2008 e una del 2005. Molti i campioni ancora prelevati dalle vasche o dalle botti che presentavano problemi visivi e di naso ancora sotto solforosa. Qualche campione aveva ancora una carbonica ben presente. Una annata che comunque ha dato segnali di positività e anche qualche novità insperata, anche come prezzo di acquisto in cantina. Un ottimo segnale per andare incontro al mercato.

Tra le mie preferenze:
Fattoria San Donato per Vernaccia 2010, Angelica 2008 e Riserva Benedetta 2007;
Riserva La Lastra 2009 di Renato Spanu e Nadia Betti;
Selezione Zeta 2010 di Mattia Barzaghi e la sua Riserva Cassandra 2009;
Vernaccia 2010 e Riserva Vigna Ai Sassi 2008 della Tenuta Le Calcinaie;
Vernaccia 2010 e Sanice 2008 dell’azienda Cesani;
Vernaccia 2010 Il Macinatico;
Vernaccia 2010, Evoè 2006, Santa Margherita 2009 e Riserva 2007 di Panizzi;
Vernaccia AB Vinea Doni 2009 di Casale Falchini;
Vernaccia Canneta 2010 La Luna e le Torri 2009 di Canneta;
Vernaccia Hydra 2010 de Il Palagione di Monica Rota;
Vernaccia La Castellaccia 2010 e Astrea 2010 di Alessandro Tofanari;
Vernaccia La Mormoraia 2010 di Giuseppe Passoni;
Vernaccia Macchioni 2010 e Riserva Crocus 2008 di Casa alle Vacche di Ciappi Silvano;
Vernaccia Poggiarelli 2010 di Signano;
Vernaccia Villa Cusona 2010 e Titolato della Tenuta Guicciardini Strozzi.

Conclusioni: troppo giovani le Vernaccia dell’annata 2010 e molte ancora con leggeri difetti di gioventù; ottimi comunque gli assaggi per freschezza e spalla acidula e mineralità. Di grande complessità le Selezioni e le Riserve del 2009 come pure interessanti sono risultati gli assaggi fatti con i produttori che avevano le “loro riserve” per una clientela più attenta. Queste ultime mostrano un’eccellente tenuta nel tempo e quindi grande predisposizione all’invecchiamento.

Calce, fenomeno naturale

Un minuscolo villaggio del Roussillon si sta ritagliando un ruolo sempre più importante nella mappa del vino francese e mondiale, grazie ad un manipolo di aziende che assecondano con metodi “naturali” i caratteri di un territorio unico. E’ la nascita di un nuovo “cru” e soprattutto di alcuni grandissimi vini che riempiono di senso la parola “terroir”.
La Linguadoca-Rossiglione è una regione della Francia meridionale composta da cinque dipartimenti. Le città principali della regione, oltre a Montpellier, sono Nîmes e Perpignan. Nîmes e il suo dipartimento (Gard) vengono, a giusto titolo, considerati parte integrante della Provenza storica mentre Perpignano e il Rossiglione costituiscono l’ultima propaggine settentrionale del mondo catalano. Famosa è anche Carcassonne, città medievale la cui università è stata costruita nel XV° secolo. Il territorio della regione confina con Andorra a sud-ovest, la Spagna (Catalogna) a sud e il mar Mediterraneo (Golfo del Leone) a sud-est e con le seguenti regioni francesi: Provenza-Alpi-Costa Azzurra a est, Rodano-Alpi a nord-est, Alvernia a nord e Midi-Pirenei a ovest. La Linguadoca-Rossiglione è delimitata da diversi elementi geografici: i Pirenei, la soglia del Lauragais, la catena delle Cévennes e il fiume Rodano. I suoi cinque dipartimenti derivano dalle province del periodo dell’Ancien régime, di Linguadoca e Rossiglione. La lingua ufficiale è il francese, ma si parla anche l’occitano e il catalano.

Il paesino di CALCE

Sui tavolini all’aperto dell’unico bistrot del villaggio, al tepore di una luce bianchissima che rende il paesaggio ovattato e obbliga all’occhiale scuro, arrivano netti gli odori della cucina, a svelare qualche ingrediente dei piatti di queste parti: non manca il profumo confortante del pomodoro, si insinuano decisi i toni erbacei dell’olio d’oliva, e dai vasi sul davanzale arriva inconfondibile l’inebriante aromaticità del basilico fresco. Che sia una Francia diversa da quella che i seguaci dei grandi vini sono abituati a frequentare, ci sono davvero pochi dubbi.

Benvenuti a Calce, 200 anime e una manciata di case dai colori chiarissimi, appollaiate su un cucuzzolo dei Pirenei Orientali, nella regione del Roussillon. Tutto intorno, uno spaccato naturale incredibile, dai caratteri forti, per certi versi duri, selvaggi, quasi ancestrali nella loro essenzialità. La continuità catalana è netta, Barcellona dista poco più di duecento chilometri, Perpignan è a un tiro di schioppo e la catena delle Corbières è li, che pare di poterla toccare.

Nomen omen, Calce è un luogo che svela da subito la sua essenza più intima: basta un’occhiata alla terra, ed è fin troppo facile scovare in chi ha battezzato il paese un disarmante difetto di fantasia. Che va di pari passo, però, alla capacità di fotografarne l’essenza in maniera chirurgica. Inerpicandosi per l’unica strada possibile, la D 18, è tutto un susseguirsi di curve e controcurve, a svelare paesaggi profondi e mutevoli, a tratti rigogliosi, poi quasi lunari e brulli, fino a scorgere da una parte le montagne e dall’altra il mare. Le viti ne fanno parte senza accenni di grandeur, perfettamente mimetizzate, quasi ingoiate dal contesto naturale, al pari degli arbusti selvatici, degli olivi e delle rocce. Un elemento della natura come gli altri, piante tra le altre piante, apparentemente spuntate a casaccio, qua e la, più per i capricci del terreno, che disegna pieghe profonde e confuse, che per una precisa volontà umana. Niente filari ordinati, nessuna vigna giardino, solo tanti alberelli sparpagliati (il tipico allevamento goblè della zona) dai tronchi robusti e legnosi, segnati dal tempo e dalla tramontana che spazza imperiosa due giorni su tre (così dicono i vecchi del posto), riparati nelle gole di piccoli canyon o tra i faticosi muretti a secco.

Un territorio magico e arcaico, caduto o forse mai emerso dal dimenticatoio; capace però, negli ultimi tempi, di far gridare al miracolo chi si trova ad assaggiare i suoi vini. “Succede qualcosa nei vigneti di Calce, un evento entusiasmante, una rivelazione”. Anche un tipo smaliziato come Denis Saverot, firma de La Revue du Vin de France si lascia andare a considerazioni entusiastiche su quello che viene definito da più parti come un “nuovo cru”, tra i più interessanti di tutta la Francia, anche se minuscolo, visto che la superficie complessiva registra appena 400 ettari di vigna. Già, la vigna. Nella stragrande maggioranza dei casi viti vecchie, in alcuni casi centenarie, che poggiano su suoli di natura calcarea e scistosa, con pochissima argilla, a formare un connubio unico e irripetibile.

Nei vini è il suolo che parla e prende il sopravvento, forse più delle varietà: grenache bianca e grenache grigia, maccabeu per i bianchi; grenache nera, carignan e syrah per i rossi, che sembrano semplicemente un mezzo per traghettare nel bicchiere i caratteri minerali dei terreni. Come delle specie di marchingegni alchemici capaci di trasformare quel che è solido in liquido, mantenendone perfettamente i caratteri. Ĕ evidente che all’uomo non resta che assecondare questo processo, e infatti non stupisce che le cantine del posto, da quelle con più anni sulle spalle che hanno indicato la via, come Gauby, fino ai nuovi arrivati, si siano orientate ad una viticoltura quanto più rispettosa possibile dell’ambiente.

E che fa di Calce un vero e proprio “fenomeno naturale”, tra i più suggestivi del pianeta vino, con una concentrazione di aziende biologiche e biodinamiche fuori scala. I rossi, e soprattutto
i bianchi di Calce fanno sussultare per finezza, mineralità e fedele rispondenza ai suoli di provenienza, senza far pesare in alcun modo l’appartenenza ad una regione meridionale e piuttosto calda. Vini vibranti, di favolosa bevibilità ma anche dal patrimonio complesso e sfaccettato, capaci di un nerbo acido imperioso, accompagnato da una spalla sapida (in alcuni casi salata) che ne caratterizza il sorso.

Vini tridimensionali, che rifuggono esuberanze fruttate o aromatiche, per seguire la
strada della naturalezza espressiva che solo quei suoli rocciosi e assolati, in perenne equilibrio tra il mare e le montagne, spazzati dal vento e apparentemente fuori dal
mondo sanno regalare.

Servizio a cura di Antonio Boco e Paolo De Cristofaro (presentato all’Anteprima della Vernaccia di San Gimignano 2011).

L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Gambero Rosso, nel numero di febbraio 2011.

I viticoltori presenti all’anteprima.

Domaine de l’Horìzon
Rue des Pyrenées, 4 – 66600 Calce
Tel. +33 0623 85 24 59
Email: teibert.thomas@wanadoo.fr
www.domaine-horizon.com
Thomas Theibert appartiene alla piccola schiera di produttori stranieri che ha deciso di investire e vivere a Calce, portando così nel piccolo borgo del Roussillon un pò di cultura e di lingua italiana. Ben intesi, Thomas è nato in Germania, ma del nostro paese conserva un’importante esperienza, quando per alcuni anni ha rivestito il ruolo di enologo nella cantina altoatesina Manincor. «Ĕ uno dei più grandi terroir del mondo», spiega col suo sorriso pieno e soddisfatto, «molti geologi vengono qui e nel Roussillon in generale, per studiare i numerosissimi tipi di pietre e minerali presenti». Il nome della cantina ha una ragione semplice e affascinante: tutte le vigne, vecchi ceppi allevati in collina, a due passi dal paese, guardano il mare (che dista non più di 20 chilometri) e dunque l’orizzonte. Riguardo alle varietà bianche, a differenza di altri produttori, molte delle viti di Thomas si trovano su suoli quasi esclusivamente calcarei, fatto che distingue i suoi vini in maniera netta, conferendogli una mineralità “chiara”. Istrionico, gioviale, perfettamente a suo agio in ogni situazione ma anche rigoroso e preciso quando c’è da fare sul serio, Thomas sembra davvero assomigliare ai suoi vini, prodotti fin dal 2007 nel solco della biodinamica.

Domaine Matassa
Route d’Estagel, 10 – 66600 Calce
Tel. +33 0468 64 10 13
E-mail: matassa@orange.fr
Nato in Sud Africa e cresciuto in Nuova Zelanda, ad Auckland, Tom Lubbe è approdato a Calce per uno stage da Gérard Gauby. E da qui non è più ripartito, dopo aver deciso di dare vita nel 2002 al Domaine_Matassa, dal nome della prima vigna acquistata in zona. Affiancato da Nathalie Lubbe e Sam Harrp, negli anni successivi ha acquisito numerose piccole parcelle di vecchie vigne piantate a globet, fra il villaggio di Calce (da 150 a 300 metri) e Fenouillèdes, a circa seicento metri di altitudine. Sono circa quindici oggi gli ettari di vigna, condotti in biodinamica e divisi quasi esattamente a metà tra i rossi, grenache e carignan e i bianchi, grenache grigia e maccabeu. Nonostante la giovane età aziendale, Matassa ha già saputo mettere in mostra un profilo stilistico estremamente riconoscibile, fatto di energia e vera mineralità, che Tom attribuisce soprattutto agli scisti verticali, il tipo di terreno prevalente nelle sue vigne.

Domaine Olivier Pithon
Route d’Estagel, 19 – 66600 Calce
Tel: +33 0468 38 50 21
E-mail: pithon.olivier@wanadoo.fr
www.domaineolivierpithon.com
Olivier Pithon è un ragazzone gentile e sorridente, che tuttavia dà l’impressione di non
aver troppo tempo da perdere, immerso nel suo lavoro con la passione e la determinazione di ogni giovane vigneron che punta in alto. Arriva a Calce dalla Valle della Loira (dove la sua famiglia gestisce un’altra cantina, la Jo Pithon) e in men che non si dica (l’azienda è stata fondata da una decina d’anni) diventa uno dei più promettenti produttori della zona. Una realtà di appena 15 ettari, con viti che mediamente hanno cinquanta anni d’età e qualche nuovo impianto in via di definizione, più o meno a tre – quattro chilometri dalla cantina (che invece è proprio al centro del paese) in direzione dei Pirenei, a 250 metri di altitudine. L’agricoltura praticata è da subito improntata al biologico, mentre negli ultimi due anni si è passati al biodinamico. I vini che ne derivano sono tra i più particolari della zona, improntati su note minerali “scure”, capaci di emozionare per la grande complessità, più che per dei tratti stilisticamente impostati. Vini dritti, comunque, di sicura profondità, e incredibilmente saporiti, a cui è davvero difficile resistere. I bianchi, in particolare, che a noi paiono tra le migliori espressioni della zona, sono allevati su terreni scistosi, spesso arati con i cavalli, vista la durezza dei suoli, e sono dannatamente riconoscibili.

Domaine Gauby
La Muntada – 66600 Calce
Tel. +33 0468 64 35 19
E-mail: domaine.gauby@wanadoo.fr
www.domainegauby.fr
Non conosciamo terroir emergenti che non abbiano legato le proprie fortune a quelle di un trascinatore, un leader, un “padre della patria”. A Calce questo ruolo è toccato e spetta a Gérard Gauby, il primo a scommettere qui su un modello “haute couture”, lontano dalla mentalità industriale delle pre-esistenti realtà cooperative, il primo a credere in zona nella viticoltura biodinamica, adottata da tutti i domaine privati nati negli anni successivi. Il primo, soprattutto, ad aver ribaltato l’immagine del Roussillon vitivinicolo, illuminando le straordinarie potenzialità di un territorio “sudista” per clima e latitudine, ma non per l’espressività dei suoi vini. «La cosa più importante», condivide con noi, «è rispettare la vita e l’equilibrio dei suoli: in una zona siccitosa come la nostra, è l’unico modo per favorire una più rapida maturazione polifenolica, conservando gradazioni alcoliche moderate». Partito nel 1985 con 4 ettari e alcune particelle piantate nel 1980, Gérard è aiutato dal figlio Lionel e dalla moglie Ghislaine e gestisce oggi 40 ettari per un totale di 80.000 bottiglie annue. Tra i rossi c’è Carignan, Grenache, Syrah e Mourvèdre, i bianchi sono per metà Maccabeu e per la restante parte Grenache bianca e grigia, Muscat, Vermentino, Chardonnay e Viognier. Un vero e proprio impegno ampelografico.

a cura di Rocco Lettieri

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